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PUZZA DI DITTATURA
post pubblicato in diario, il 29 settembre 2015

Berlusconi è caduto da qualche anno, diversi primi ministri si sono avvicendati dopo di lui, eppure quella fastidiosa puzza di dittatura non sembra voler andar via. Potrebbe sembrare solo uno scherzo della mente, che ci fa riaffiorare i brutti ricordi di un passato recente, invece i fatti dimostrano che il pericolo dittatura non è sparito con Berlusconi.

Con il subdolo aiuto della Lega Nord, Matteo Renzi sta riuscendo ad accelerare lo sfascio del Senato. I milioni di emendamenti presentati da Calderoli sono stati presentati dalla Lega come un estremo atto di resistenza, ma è ovvio invece come il numero spropositato sia servito per obbligare il presidente Grasso ad applicare la ghigliottina, tagliando i tempi del dibattito in aula e vanificando almeno in parte il previsto ostruzionismo del Movimento 5 Stelle e di SEL.

Mentre il peso della volontà popolare viene distrutta dalla riforma del Senato e da quella elettorale, un’altra parte del PD imita il vecchio dittatore (che intanto cerca ancora di convincerci che Renzi è di sinistra ed è suo nemico) ed attacca la libera informazione. Qualche giorno fa il Presidente della Regione Campania, l’impresentabile Vincenzo De Luca, ha accusato Raitre di “camorrismo giornalistico” perché quei cattivoni di Report avevano osato parlare ai telespettatori del processo in cui è imputato. De Luca, che come sempre non risponde a critiche ed accuse ma diffama o minaccia chi le lancia, si è poi detto orgoglioso dei suoi processi. Nell’Italia di oggi è normale, presto forse comincerà a fare orge con prostitute minorenni sperando di diventare premier.

Ricordando che Renzi,ai tempi della Leopolda, aveva detto che i partiti dovevano uscir fuori dalla Rai, un po’ tutti si sarebbero aspettati un intervento del PD a favore di Raitre, rete tra l’altro molto cara al centrosinistra quando al centro degli scandali c’era l’altra parte politica. Invece il deputato PD Anzaldi rincara la dose, accusa il canale di non essersi allineato al partito e di non tessere le lodi dell’attuale premier, il canale a suo dire “dovrebbe fare servizio pubblico”. Qualcuno spieghi ad Anzaldi che fare sviolinate al leader di turno è l’antitesi del servizio pubblico, è un servizio ai partiti, all’oligarchia che ci governa. Anzaldi conclude poi il suo intervento con una minaccia tutt’altro che velata al direttore di Raitre, Vianello: “l’importante è che Vianello non faccia altri errori”. Meno male che è Raitre a fare camorrismo, queste minaccesembrano poco adatte ad un confronto politico-dialettico di un paese democratico.

C’era una volta l’editto bulgaro, con un attacco vile Berlusconi cacciò dalla Rai Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi, colpevoli di aver fatto informazione in modo poco gradito ai piani alti. All’epoca il PD gridò al fascismo ed al governo totalitario. Ora c’è Renzi, tutto è uguale, però i capelli sono veri.

Visto il clima che si respira ai piani alti, anche la lobby cristiana sente di poter fare la parte del leone. È di qualche giorno fa la notizia di uno studente gay costretto a seguire le lezioni dal corridoio in una scuola cattolica di Monza perché influenzava negativamente gli altri ragazzi. Come sempre, dopo le prime reazioni imbarazzate e contraddittorie, i responsabili negano ci sia stata discriminazione e dicono di aver voluto tutelare lo studente. In questo clima così ostile alla libera informazione, è però parso normale a Francesco Macrì,segretario generale della Fidae (associazione che riunisce 2500 istituti cattolici in Italia), dire che i giornali andrebbero oscurati, che non dovrebbero parlare del fatto o almeno non dovrebbero “entrare nel merito della scuola e della famiglia”. Insomma, Macrì non ci tiene tanto a punire chi ha sbagliato o a dimostrare che non c’è stata discriminazione, è preoccupato che se ne parli. Per non stupirsi basta ricordare il comportamento della Chiesa cattolica nei confronti dei preti pedofili prima dello scoppio degli scandali.

Berlusconi è caduto già da un po’, ma così come le riforme scellerate, anche la politica contro la libera informazione gli è sopravvissuta ed è oggi portata avanti da chi un tempo fingeva di osteggiarla. Il succo è che la censura non è né di destra né di sinistra, ce lo insegna anche la storia, è semplicemente l’arma di chi vuole il consenso per tenere il potere, di chi vuole sfavorire il popolo e favorire una casta ristretta. La politica contro la libera informazione è nel DNA dei governi anti-democratici.
LEGGE BAVAGLIO 2 E IL SILENZIO DEGLI INTELLETTUALI
post pubblicato in diario, il 24 settembre 2015

Corsi e ricorsi storici, diremmo. Nel 2010 Berlusconi provò a promulgare una legge che avrebbe tolto ai magistrati la potente arma delle intercettazioni telefoniche, cinque anni dopo ci prova Renzi. Non tutto però è uguale, nonostante il risultato atteso dai due leader è lo stesso.

Nel 2010 Berlusconi fece precedere l’approdo in aula della cosiddetta “legge bavaglio” da una potente campagna di stampa. Come sempre si produsse in estenuanti (per i cittadini) maratone televisive in cui sciorinò cifre fasulle e le interpretò in modo ancor meno veritiero. Cercò insomma di lavarci il cervello, di venderci la favola secondo la quale siamo tutti spiati, ci disse che la nostra privacy era in pericolo e partì all’attacco in Parlamento. Renzi oggi ha scelto una strada diversa, delle intercettazioni infatti non ha mai parlato, non c’è poi alla Camera una legge specifica, c’è una riforma del codice penale in cui dentro rientrano anche le tanto odiate intercettazioni. Inoltre del dibattito alla Camera si è parlato pochissimo, è stato oscurato dal dibattito sulla riforma del Senato e dall’emergenza immigrazione. Per non correre rischi, il governo ha lanciato anche il dibattito sullo “ius soli”. Berlusconi si giocava tutto sul pezzo forte, attirava tutta l’attenzione sulla sua crociata e cercava di tirare tutti dalla sua parte sfruttando i mass media. Renzi invece sgancia riforme a grappolo, così l’opinione pubblica si distrae e qualcosa se lo perde. Due tattiche diverse per lo stesso fine.

Differente è anche la reazione contro le due leggi bavaglio. Nel 2010 il governo Berlusconi fu messo alla gogna, il quotidiano “la Repubblica” l’11 giugno 2010 mise la prima pagina in bianco con la sola scritta: “la legge-bavaglio nega ai cittadini il diritto di essere informati”. Tutto il centrosinistra e quel che restava della sinistra(che dopo il secondo governo Prodi è diventata una comparsa, quasi un’entità ectoplasmatica) si schierarono contro quella legge e, grazie ad una massiccia opera di informazione, riuscirono a bloccarla. All’epoca anche il mondo della cultura si schierò contro la legge bavaglio, con alcuni interventi diretti tra cui si ricorda quello di Roberto Benigni. Oggi, con Renzi che propone una legge uguale se non peggiore, l’opposizione alla legge è molto blanda. Alla Camera si è registrata la solita opposizione plateale del Movimento 5 Stelle, quella della sinistra (SEL) e quella quasi ridicola di Lega Nord e Forza Italia (che non hanno però contestato la legge in quanto liberticida, la Lega ha sostenuto che non era prioritaria e i berlusconiani temono possa invece favorire i magistrati). I giornali di sinistra sono stavolta molto meno duri, la Repubblica ha pubblicato la normale prima pagina senza alcun proclama contro la legge. Assordante anche il silenzio del mondo della cultura, nessuno adesso sente il bisogno di contestare la legge.

Ci sono quindi grosse differenze tra i due iter, eppure la sostanza della legge è la stessa. Cosa è cambiato? Prima di tutto la tattica seguita dai premier. Berlusconi accentrò tutta l’attenzione sulla legge bavaglio, tirò molti cittadini dalla sua parte,ma inasprì anche i sentimenti contrari di chi conosceva la poca affidabilità del personaggio, quindi fu più facile per le opposizioni fare leva sui sentimenti degli italiani anti-berlusconiani. Renzi è stato invece più furbo, ha caricato tutte le polemiche e le attenzioni sulla riforma del Senato, ha fatto andare le due riforme insieme in Parlamento e il capitolo riguardante le intercettazioni l’ha inserito come pezzo di una riforma più ampia, dandole meno importanza ha evitato che i cittadini percepissero in pieno il pericolo che essa rappresenta. Berlusconi nel 2010 fu anche più sfortunato. Lui infatti aveva un’opposizione di facciata (il PD che gli dava addosso, che però si guardava bene dal votare compatto quando poteva farlo cadere) che colse l’occasione di aumentare i consensi dandogli addosso in nome della libertà di stampa. La stessa Serracchiani, vicepresidente del PD che oggi difende la legge a spada tratta, nel 2010 arrivò a dire che il diritto di cronaca veniva prima del diritto alla privacy dei cittadini. Oggi invece il PD ha alla Camera la maggioranza assoluta, inoltre ha il NCD che appoggerebbe qualsiasi cosa pur distare al governo, quindi il potere delle opposizioni è poco. Oltretutto sin dall’inizio della legislatura è chiaro che Renzi non ha una vera opposizione,infatti la minoranza dem gli sbraita contro ma non lo fa cadere, Forza Italia non ha alcun interesse ad andare alle urne ora (ha i consensi al 10%) e oltretutto vede realizzate da Renzi tante riforme che le fanno comodo, la Lega finge di opporsi pur gradendo la riforma. Vera opposizione rimangono quelli di SEL (un gruppo sparuto) e quelli del Movimento 5 Stelle, che però possono solo fare baccano.

Da più parti piovono critiche sul mondo culturale di sinistra. È facile capire perché il PD in cinque anni abbia cambiato così radicalmente idea (se davvero sono stati contrari in passato), basta ricordare le intercettazioni riguardanti Renzi, quelle che portarono alle dimissioni di Lupi e quelle che ottennero lo stesso effetto sulla De Girolamo. Non si capisce però perché gli intellettuali tacciano oggi dopo il baccano fatto nel 2010. Il merito è sempre della differenza di tattica usata da Renzi, infatti tutti ci sentiamo in pericolo perle nostre libertà, però la riforma che ci fa più paura è quella del Senato sia perché colpisce direttamente la rappresentanza politica sia perché se ne parla molto di più. Siamo bombardati dalla riforma del Senato, della legge bavaglio si è invece parlato pochissimo. Ecco perché la percepiamo come qualcosa di brutto, ma non di così terribile, e finiamo per sottovalutarla. Ecco perché gli intellettuali (quelli in buona fede, ovviamente) non stanno parlando, perché non hanno capito la gravità della situazione.
CENTROSINISTRA VS LAVORATORI
post pubblicato in diario, il 20 settembre 2015

C’erano una volta le lotte dei lavoratori, portate avanti attraverso i sindacati e appoggiate, a volte per interesse reale, molto più spesso per opportunismo politico, dai partiti di sinistra. Queste lotte portarono i lavoratori all’acquisizione di diritti importanti, lo stesso Statuto dei Lavoratori è loro figlio. Un duro colpo alla stagione delle lotte sindacali fu dato dallo “sciopero dei colletti bianchi”, in pratica una categoria di lavoratori (impiegati) si schierò apertamente contro una categoria più svantaggiata per difendere i propri diritti.

Gli anni sono passati,il clima è cambiato e tante cose oggi sono diverse. Stiamo assistendo da qualche mese alla demonizzazione dei lavoratori del settore turistico. Qualche mese fa si diffuse la notizia di un’assemblea sindacale improvvisa e non autorizzata che lasciò chiusi gli scavi a Pompei e lasciò i turisti fuori ai cancelli con un palmo di naso. Subito salì l’indignazione e si inveì contro gli scioperi selvaggi ed i lavoratori fannulloni, salvo poi scoprire che l’assemblea era stata autorizzata da ben un mese e che i turisti erano rimasti fuori solo per un errore di comunicazione, in pratica aveva sbagliato chi aveva autorizzato lo sciopero e aveva dimenticato di comunicarlo. Qualche mese dopo la storia si ripete a Roma, con turisti rimasti fuori al Colosseo e ai Fori Imperiali e un’assemblea sindacale che prima viene definita improvvisa, salvo poi scoprire che era programmata.

Visti gli episodi sopracitati, la soluzione appare semplice. Bisogna potenziare la comunicazione,avvisare i turisti delle variazioni agli orari di apertura non solo tramite fogli di carta appesi ai cancelli (e con strafalcioni in inglese!), ma anche con avvisi ben evidenti sui siti internet così che i turisti possano sempre informarsi prima di organizzare la visita.

Sappiamo però che le cose semplici non piacciono all’Italia e poi, analizzando bene la situazione,si capisce subito che c’è qualcosa che puzza. Sia nel caso di Pompei che in quello di Roma, l’assemblea sindacale era stata organizzata regolarmente ed era stata approvata, poi c’è stato l’errore di comunicazione e i disagi che ne sono conseguiti. Stranamente però, i mass media hanno evidenziato i disagi arrecati ai poveri turisti, hanno sottolineato la figuraccia fatta a livello internazionale, ma si sono ben guardati dal rettificare la notizia dello sciopero selvaggio di cui non si sapeva niente, solo pochi giornali lo hanno poi specificato. Siccome niente viene fatto per caso, questo ci fa capire che c’è da parte di qualcuno la volontà di screditare sia i sindacati che i lavoratori.

Figlio di questa disinformazione voluta è il decreto urgente emanato dal ministro Franceschini, il quale equipara i musei e le attrazioni turistico-culturali agli ospedali, i lavoratori potranno scioperare e riunirsi in assemblea, però garantendo sempre l’apertura della struttura e la fruizione ai turisti. In pratica viene distrutto il diritto allo sciopero, perché se non causa disagi lo sciopero è una vuota manifestazione paragonabile ai congressi dei partiti. I sindacati ovviamente promettono guerra, ma visto il loro operato negli ultimi anni è difficile che riescano a pervenire a risultati concreti.

Il governo, manipolando l’opinione pubblica attraverso i mass media, attacca un diritto sindacale. Fin qui niente di nuovo, ci verrebbe da dire. Ciò che fa rabbrividire, che fino a qualche decennio fa sarebbe apparso antistorico, ma che oggi non sorprende per niente, è che a portare avanti contro questa guerra è un governo che si dichiara di centrosinistra. Non è Berlusconi il padre di questo decreto anti-lavoratori, è Renzi, lo stesso che ha distrutto l’articolo 18 e lo Statuto dei Lavoratori. Viene da sorprendersi e da rabbrividire, in realtà però dobbiamo ricordare che il centrosinistra storicamente ha poco a che fare con i comunisti, quando nacque abbracciava democristiani e socialisti. Ora i socialisti vagano dispersi per il paese, senza una vera rappresentanza politica, e i democristiani governano. Diciamo che il centrosinistra di oggi è molto più centro che sinistra.
L'EUROPA CIECA
post pubblicato in diario, il 2 settembre 2015

Il mondo cambia, è una realtà dinamica e non statica, la virtù primaria di un buon politico dovrebbe essere la capacità di capire i cambiamenti e saperli affrontare. L’Unione Europea però non sembra assolutamente in grado di farlo.

È di ieri la reprimenda fatta a dell’UE a Renzi, colpevole di aver annunciato un taglio delle tasse sulla casa che sta già facendo tremare i Comuni italiani. L’Europa ha ricordato a Renzi di aver “consigliato” di spostare il carico fiscale su immobili e consumi per alleggerirlo su lavoro e capitale. In pratica l’Europa raccomanda all’Italia, ed ovviamente anche agli altri stati membri, di alleggerire le tasse ai ricchi (capitale) ed alle aziende (lavoro) per salassare le classi medio-basse che a fatica (e pagando mutui al limite dell’usura) riescono a costruirsi una prima casa e devono ridurre al minimo i consumi, spesso risparmiando sulla qualità.

Non passerà molto tempo che partiranno all’attacco i cani anti-Europa Salvini e Grillo, abbaiando che è l’Europa delle banche e che bisogna uscirne. Non gli sarà difficile farsi credere, il sospetto di fronte ad un’indicazione del genere è che ci siano poteri forti ad indicare la strada ai politici dell’UE. Non sarebbe poi nemmeno una novità che le lobby pesino tanto sulle politiche dei paesi, tutti conosciamo le manovre oscure di compagnie assicurative e lobby delle armi negli USA, giusto per non tirare in ballo sempre esempi di casa nostra.

Ma se per una volta volessimo tralasciare il cattivo pensiero, come potremmo spiegare la scelta che l’Europa difende a spada tratta e senza la minima vergogna? Si potrebbe spiegare solo con una cecità politica da far rabbrividire, infatti i politici UE vogliono favorire chi crea lavoro sperando che questi portino la ricchezza necessaria alle classi medio-basse, creando così condizioni economiche favorevoli che renderebbero meno incisive le tassazioni su immobili e consumi.Ma l’UE dove è stata negli ultimi anni? Come può non accorgersi che tale strategia,che i governi occidentali stanno usando già da decenni, non ha portato né benessere né più lavoro, ma solo maggiore sfruttamento e povertà dei lavoratori? L’UE continua ad usare una strategia che da anni si sta rivelando fallimentare, poi la storia ci dirà se solo per cecità o per malafede (o per entrambe).

Mi perdonino i grillini, i leghisti e gli anti-europei in generale, ma nonostante l’assoluta cecità politica mostrata dall’UE sulle politiche economiche, io continuo ad essere contrario all’uscita. Non è scappando di fronte alle difficoltà che si risolvono i problemi. Nonostante Renzi sia poco credibile, e lo stesso si può dire della sua sparata sulle tasse, stavolta ha dato la migliore risposta possibile dicendo che le decisioni sulle tasse spettano allo Stato sovrano, non all’UE. Solo così si possono correggere le miopi decisioni europee, andando perla propria strada e mostrando con i fatti che si ha ragione. Ovviamente Renzi, contravvenendo alle indicazioni europee, si assumerà una grande responsabilità,in caso le condizioni economiche italiane dovessero peggiorare si rischierebbe di fare la stessa fine della Grecia, finendo indirettamente per dare ragione ai fan dell’austerity. Renzi dovrà fare un taglio delle tasse serio, trovando coperture da altre parti e migliorando i parametri economici del paese, solo così darà una lezione all’UE.

Quello che è mancato fino ad ora in Europa, e che mi riesce difficile credere che sarà incarnato dall’Italia renziana, è una nazione forte (o una coalizione di partiti trans-nazionale forte) che riesca a proporre una via alternativa alle politiche economiche fino ad ora pensate dall’UE. Una forza politica che inizi a pensare alla politica non solo in funzione del PIL, dello spread e degli indicatori economico-finanziari, ma anche ai numeri impressionanti di europei che vivono sotto la soglia di povertà ed alla qualità della vita. In questo momento in Europa manca una forza politica forte che analizzi la realtà attuale e capisca che è l’economia a dover servire il cittadino, non viceversa.

Anche sulla questione dei migranti l’UE sta mostrando una gravissima cecità politica. I vari stati europei stanno infatti ragionando solo in funzione delle proprie esigenze e del proprio peso politico, nessuno sta mettendo al primo posto l’aiuto di persone che scappano da zone di guerra o che muoiono di bombe e povertà che spesso sono colpa dell’Europa stessa. I politici europei ragionano ancora secondo logiche nazionaliste buone per l’Ottocento, nessuno si è accorto che il mondo è cambiato, le distanze si sono azzerate e che ogni nazione ha persone in entrata e persone in uscita, di certo non gestibili con logiche di due secoli fa.

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permalink | inviato da zinonno il 2/9/2015 alle 10:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
LE NAZIONI NON ESISTONO
post pubblicato in diario, il 1 settembre 2015

Ancora oggi c’è chi sifa un vanto del proprio nazionalismo. Si tratta di un’idea tipicamente associata alle destre, che se ne vantano e la sbandierano spesso associata al patriottismo, ma in realtà anche la sinistra ne ha subito e ne subisce tuttora gli effetti, basti ricordare che la Seconda Internazionale nel 1914 fallì perché i partiti socialisti di alcuni paesi (Germania, Austria, Gran Bretagna e Francia) preferirono appoggiare le politiche nazionali piuttosto che schierarsi apertamente contro la guerra.

Siamo così abituati all’idea del nazionalismo e del patriottismo che abbiamo ormai perso il contatto con la realtà moderna, non rendendoci conto che sono due ideali superati, non compatibili con la realtà socio-politica del mondo moderno. Lo scrittore Mario Rigoni Stern nei suoi Racconti di guerra racconta di una montagna la cui vetta segnava il confine tra Regno d’Italia e Impero austro-ungarico. Tale vetta, poi presa dall’Austria prima che scoppiasse il primo conflitto mondiale, fu al centro di numerose azioni patriottiche italiane. Mentre però nazionalisti italiani e austriaci litigavano, i pastori che la abitavano vivevano tranquillamente, non esitavano a passare il confine e fraternizzare con i loro omologhi, incuranti delle diverse nazionalità. Era la politica che divideva Italia e Austria, ma per i pastori, gente concreta e lavoratrice, non esisteva alcun confine e non c’erano italiani e austriaci, c’erano solo uomini e donne.

L’esempio citato sopra mostra come le nazioni siano solo categorie create da chi detiene il potere. A chi interessava infatti che la vetta fosse di una nazione piuttosto che dell’altra? A chi governava la nazione. A chi interessava davvero che le miniere di Alsazia e Lorena fossero tedesche o francesi? A chi governava Germania e Francia,infatti a chi viveva in quelle zone interessava solo lavorare e vivere, non importava sotto quale bandiera. Ovviamente i movimenti nazionalistici e patriottici dei vari paesi appoggiano e spesso spingono le mire espansionistiche dei potenti, questo succede perché molti cittadini dimenticano la loro stessa vita e identificano sé stessi con il paese in cui vivono, associando quindi la potenza della propria nazione ad una propria potenza.Questo fenomeno è figlio della società, chi la governa infatti da sempre cerca di farci dimenticare la nostra individualità per farci diventare un’unica massa, molto più semplice da controllare. Così facendo, “educandoci” al patriottismo ed al nazionalismo, re avidi di potere hanno potuto contare su fedeli soldati pronti a morire per loro.

Ho citato esempi un po’datati (di Alsazia e Lorena si parla fino alla Seconda Guerra Mondiale), la questione della vetta contesa risale addirittura a prima del 1914, ma oggi le cose non sono molto diverse. È cambiato il modo di porre la questione patriottica e nazionalista, ma la sostanza è fondamentalmente la stessa. Quandogli USA attaccarono l’Iraq nel 2003, i patrioti ed i nazionalisti americani giustificarono l’intervento con la necessità di difendersi dal terrorismo e di “esportare la democrazia”. Ora, per quanto importante possa essere una nazione, davvero può avere il diritto di uccidere per prevenire di essere ferita o di esportare forme di governo? Se io vedessi un energumeno per la strada a pochi passi dame, il solo sospetto che egli sia un delinquente mi autorizzerebbe ad ucciderlo? Intanto, in nome di questi ideali folli, i cittadini hanno giustificato guerre che poi si sono rivelate solo pretesti dei politici americani per arricchirsi di petrolio.

La verità è una sola. Le nazioni nella realtà non esistono, esistono solo uomini e donne, i confini li crea chi ha bisogno di definire il proprio potere. Le nazioni però sono state create e politicamente e storicamente sono esistite, ma solo un cieco oggi può non essersi accorto che gli stati nazionali sono finiti. Il mondo è diventato troppo piccolo, le persone si spostano in poco tempo da un continente all'altro, le migrazioni sono tanto massive da essere incontrollabili. I soliti incrollabili fan degli stati nazionali vorrebbero porre un freno alle migrazioni per difendere i loro confini, come l’Ungheria che erge il muro di filo spinato o l’Italia che vuole difendere la propria italianità. È però un’idea anacronistica figlia di scarse conoscenze del mondo reale, infatti tutti i paesi hanno flussi in entrata e flussi in uscita, ed è impossibile fermare tali flussi. Porto ad esempio sempre Italia ed Ungheria. Ci fa specie vedere i migranti che sbarcano da noi, vorremmo rimandarli a casa, eppure i giovani italiani emigrano in tutta Europa, Inghilterra e Germania sono piene di italiani. Lo stesso per l’Ungheria, che non vuole far entrare i serbi, dimenticando però che la vicina Romania è piena di ungheresi (nemmeno tanto benvisti dai “cugini” rumeni). Le nazioni sono state un concetto inventato dai politici che a retto finché i flussi sono stati minimi e controllabili, ma coni moderni mezzi di trasporto si muoveranno sempre più persone in entrata e in uscita e sarà impossibile controllarle. Inevitabilmente questi flussi porteranno mutamenti nelle culture di ogni spazio geografico e, se tali mutamenti saranno figli di un confronto costruttivo, sarà solo un bene. A tutti i nostalgici di Faccetta nera ed a quelli che amano sentire la frase l’Italia agli italiani dico di mettersi l’animo in pace: gli stati nazionali non esistono più.

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permalink | inviato da zinonno il 1/9/2015 alle 10:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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