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L’UOMO DEL POPOLO HA DETTO “NO”
post pubblicato in diario, il 17 maggio 2011

Le elezioni amministrative dovevano essere una sorta di valutazione del Governo in carica, almeno su questo piano lo aveva messo Berlusconi. Di sicuro mettere delle amministrative su questo piano è molto pericoloso, visto che in passato più volte proprio elezioni “locali” avevano messo in crisi i governi in carica, sia di centrodestra che di centrosinistra. Forse proprio temendo la sconfitta, o forse per un eccesso di sicurezza, il premier l’ha buttata come al solito sul referendum pro o contro Berlusconi. I risultati sono inequivocabili, si può dire che il popolo ha bocciato il Governo senza possibilità di appello, è infatti vero che ci sono ancora molti ballottaggi da giocare, ma è pur vero che questi risultati sono la palese dimostrazione che il consenso al premier è notevolmente calato.

Il caso più eclatante è Milano, dove si attendeva di sapere solo se la Moratti sarebbe passata al primo turno o se avrebbe dovuto attendere il ballottaggio. Come spesso accade, i pronostici si sono rivelati ingannevoli, dato che Pisapia (PD) è in vantaggio al 48,04% contro il 41,58% della Moratti. Per poco, insomma, Pisapia non passava al primo turno. Si dovrà andare al ballottaggio, ma per il candidato del PdL non sarà facile rimontare dato che a Pisapia basta conquistare un ulteriore 3% di voti per batterla e proprio questa percentuale è in possesso di Calise (Movimento 5 Stelle), membro di un partito che difficilmente appoggerà il centrodestra al ballottaggio. Molto significativo è il dato inerente Silvio Berlusconi, candidato direttamente a Milano, infatti il premier ha perso il 50% dei voti rispetto al 2006, passando dalle 50.000 preferenze alle 28.000. Milano, storica roccaforte del centrodestra, è molto vicina a diventare un Comune del centrosinistra, ed il premier che tanto sentiva queste elezioni come un referendum sul suo consenso, ha incassato una grossa sconfitta. Comunque vada il ballottaggio, il PdL dovrà riflettere molto, inoltre Berlusconi dovrà lavorare molto per ricucire ancora una volta i rapporti con la Lega Nord, infatti il “Carroccio” ritiene il premier e la Moratti i veri responsabili della sconfitta.

Anche Napoli è una città su cui il premier ha puntato molto, visto che la finta soluzione della crisi dei rifiuti è stata il cardine della perenne campagna elettorale del Governo nazionale. Anche nel capoluogo partenopeo, però, il centrodestra ha molti motivi per non gioire. Lettieri (PdL) è si in vantaggio, ma ha preso solo il 38,53% dei voti, contro il 27,49% di De Magistris (IdV) ed il 19,17% di Morcone (PD), quindi è davanti solo perché Italia dei Valori e PD correvano separati, ma al ballottaggio è molto probabile che i voti di Morcone vadano a De Magistris, ribaltando la situazione e rendendo decisivo il Terzo Polo che ha raccolto il 9,73% di preferenze. La situazione a Napoli è piuttosto eclatante, infatti i cittadini hanno bocciato il PD che da anni governava con la Iervolino, ma non hanno promosso il PdL, forse in virtù della strumentalizzazione dell’emergenza fatta dal Governo, mentre hanno dato fiducia a De Magistris, sperando quindi in una ventata di novità alla guida di un Comune di sicuro non facile da gestire.

A Torino Fassino (PD) stravince e passa al primo turno, così come De Luca (PD) a Salerno. Proprio al sindaco salernitano è andato un vero e proprio plebiscito, con il 74,42% dei voti. A Bologna Merola (PD) passa al primo turno per un pugno di voti, ha infatti incassato il 50,46%, ma nel capoluogo dell’Emilia-Romagna fa impressione l’ottimo risultato del Movimento 5 Stelle, che prende il 9,50% dei voti con il candidato Bugani.

Altro risultato significativo si è avuto a Cagliari, città da anni nelle mani del centrodestra, dove Zedda (PD) è avanti per un pugno di voti. Nel capoluogo sardo saranno decisivi al ballottaggio i voti del Terzo Polo (4,47%), del Movimento 5 Stelle (2,04%) e delle varie liste civiche.

Il PdL si afferma al primo turno a Reggio Calabria e Catanzaro, dove però i candidati hanno raccolto molti più voti con le liste civiche da loro create e non con il PdL stesso, quindi si può considerare una vittoria più degli uomini che del partito. Anche a Caserta vince il PdL con Del Gaudio. È interessante notare (io sono maligno e non posso non notarlo) che proprio in un comune dove è fortissima la presenza della camorra anche nelle istituzioni (Caserta) il PdL sia passato facilmente; il centrodestra stravince anche nelle provincie calabresi, dove in molte giunte vi sono chiare infiltrazioni della ‘ndrangheta, evidentemente cominciano a pagare i buoni rapporti che i politici milanesi hanno con la mafia calabrese (o forse è semplicemente un caso, chissà…).

Comunque finiranno i ballottaggi, le elezioni amministrative di questo week-end hanno rappresentato di sicuro uno smacco clamoroso per la coalizione di governo che ora, per vincere, dovrà chiedere voti al Terzo Polo e questi di sicuro non daranno il loro appoggio gratis. Probabilmente dovremo vedere altri 9-10 sottosegretari nuovi e senza funzioni. Di sicuro scoppierà un’altra grana per Berlusconi, che dovrà anche calmare l’alleato leghista che non ha esitato a dare a lui la colpa di tutto.

Un altro risultato elettorale positivo è stato il referendum consultivo in Sardegna, infatti i sardi hanno votato contro il referendum, raggiungendo il quorum e facendo vincere il SI con il 98% delle preferenze. Un voto che nell’ottica del referendum del 12-13 giugno ha poco peso, però fa ben sperare per il raggiungimento del quorum al referendum nazionale. Ora aspettiamo i ballottaggi delle amministrative, così capiremo la portata della sconfitta patita dal Governo.

IL GOVERNO DIVISO NEL PAESE CHE AFFONDA
post pubblicato in diario, il 30 luglio 2010

Ieri c’è stata la rottura ufficiale tra Berlusconi e Fini. Un fatto che non ha sorpreso nessuno, visto che i due fondatori del PdL se le stavano dando di santa ragione già da un po’ di tempo. Ora è cominciata una snervante guerra in Parlamento, con i finiani che si contano per capire quanto possono dare fastidio, con il Governo che (come oggi ha detto lo stesso Fini) dovrà trattare su ogni cosa e con l’opposizione che già sghignazza pensando alle elezioni anticipate o all’ipotesi del governo di transizione.

Gli scenari che ora appaiono più realistici per il prossimo futuro sono 3:

1) il Governo andrà avanti su questa strada;

2) il Governo cadrà e si metterà su un governo di transizione che traghetti il paese alle prossime elezioni;

3) il Governo cadrà e si andrà subito al voto.

Il primo scenario è quello più probabile, infatti Berlusconi non può permettersi di cadere ora, senza che nessuno dei suoi attacchi alla giustizia sia andato a fondo, essendo quindi ancora esposto ai suoi processi. Il premier tenterà prima di far diventare legge il ddl intercettazioni, così da salvare tutti i suoi compari d’affari e per rendersi più semplici gli imbrogli futuri, poi tenterà di far andare a buon fine una delle tante leggi pensate per salvarsi dai processi in corso. A quel punto, il suo Governo potrà anche cadere.

Il secondo scenario è molto apprezzato anche da alcune parti dell’opposizione, in fondo è anche quello migliore per il paese, ma solo se regolato da precise condizioni. Alcuni esponenti del PD hanno dato la benedizione all’ipotesi del governo di transizione, dicendo che è importante non lasciare il paese senza una guida in un momento così delicato. La motivazione avanzata dal PD è assurda, infatti il paese deve avere una guida forte in un momento così difficile, ma tale guida deve essere scelta dal popolo, non dai politici. Inoltre occorre ricordare al PD il “governo tecnico” di Lamberto Dini all’indomani della caduta del primo governo Berlusconi (dopo il famoso strappo con la Lega), che fu addirittura più sciagurato del premier eletto: purtroppo è ovvio che un premier scelto dai politici non potrà mai dare garanzie. La soluzione del governo di transizione può essere la migliore solo a condizione che tale governo si limiti a creare una nuova legge elettorale, evitando così che si voti ancora una volta con il “porcellum” di Calderoli. La legge elettorale attualmente in vigore, infatti, toglie senso alle elezioni perché introduce dei meccanismi perversi che spesso regalano più seggi a chi prende meno voti. Basti ricordare il disastro che questa legge elettorale ha fatto quando fu eletto il secondo governo Prodi che, nonostante avesse preso la maggioranza dei voti, si trovò in minoranza al Senato ed inoltre diede modo all’Udeur (che prese un numero di voti ridicolo) di incidere pesantemente sui giochi del Governo grazie a due seggi alla Camera che divennero decisivi.

Il terzo scenario è quello più affascinante, ma meno adatto alla situazione attuale. Togliersi questo sciagurato premier dalle scatole fa gola a tutti, inoltre questo alle urne si presenterebbe indebolito dalla rottura con Fini, però si andrebbe a votare con una legge elettorale che lo favorisce, inoltre il premier potrà sempre contare sull’assenza di un’alternativa, infatti il PD attuale non è assolutamente in grado di prendere le redini del paese. Il PD di Bersani fino ad ora è stato solo in grado di attaccare le leggi di Berlusconi (in verità, anche in questa attività di pura critica è stato troppo morbido, poco convinto e convincente), al momento non appare in grado di fornire un’alternativa credibile. C’è la candidatura di Vendola, ma questo ha bisogno di tempo per farsi strada nel PD e per inventare un programma serio, se si andasse alle elezioni subito sarà difficile già vederlo candidato premier, figurarsi poi se sarà già in possesso di un programma di governo efficace e strutturato.

Gli scenari sono diversi, la situazione è complicata, intanto il paese continua a scivolare verso il fondo. Mentre Berlusconi e Fini si prendevano a capelli, infatti, il Senato ha approvato la riforma Gelmini che darà il definitivo colpo di grazia all’università, distruggendo il diritto ad un’istruzione pubblica di buon livello; la fase 2 della ricostruzione dell’Abruzzo finisce di nuovo nelle mani della Protezione Civile, nonostante lo schifo che ha fatto in occasione della fase 1; la manovra finanziaria, che distruggerà i diritti dei cittadini privandoli dell’assistenza statale e privando di senso i pagamenti delle tasse, continua il suo iter in Parlamento; la commissione Giustizia della Camera si occupa ancora del “processo breve”, che annullerà un sacco di processi lasciando liberi un sacco di criminali, tra cui il premier. Insomma, mentre i nostri occhi guardano la sit-com “Casa Berlusconi”, i pesci piccoli continuano l’opera di papi smantellando il paese. Va bene guardare ai fatti rilevanti, ma non dobbiamo dimenticare mai che i nostri tg sono condotti dai Minzolini (autore ieri sera di un patetico editoriale in difesa di Berlusconi), Mimun e Vespa che approfittano subito della situazione per farci dimenticare il male che ci stanno facendo.

ITALIA SADOMASO
post pubblicato in diario, il 30 marzo 2010

Dopo le elezioni regionali di ieri, abbiamo ormai un’idea molto chiara della “personalità” dell’elettore medio italiano: una persona che ama fare e farsi del male. Questa vocazione al dolore dell’italiano è indicata sia dall’affermazione in sei regioni del centrodestra, sia dalla crescita di partiti come la Lega Nord. L’analisi di un voto è comunque una questione molto più complessa di quella che appare nei talk-show politici, quindi prima di perdermi in commenti fini a sé stessi, sarà il caso di analizzare punto per punto i tratti salienti di questo risultato elettorale che vede il centrosinistra affermarsi in sette regioni ed il centrodestra vincere in sei, risultato molto positivo per i berlusconiani se si pensa che prima di questa tornata elettorale solo due regioni erano nelle “mani azzurre”.

Il dato più significativo che emerge da queste elezioni è di certo l’astensionismo record. Ad ogni elezione, da un po’ di tempo a questa parte, aumenta il numero di persone che decide di non andare a votare, fatto molto significativo, perché chi rinuncia al voto è, in buona parte dei casi, una persona che non sa a chi affidare il proprio destino, dato che non vede nulla di buono in nessun candidato. Come biasimare chi vede grosse pecche sia nei candidati di centrodestra che in quelli di centrosinistra, entrambi i partiti, infatti, sono composti prima di tutto da persone che hanno un rapporto “conflittuale” con la giustizia, inoltre spesso si tratta di persone che hanno già governato, facendo male. Il dato più significativo si è registrato in un paese della Calabria, dove hanno votato solo 74 persone (il 2,4% degli aventi diritto) a causa di uno “sciopero del voto” organizzato per protestare contro la politica che li aveva abbandonati. Molte sono state poi le schede nulle, su cui sono stati in alcuni casi lasciati anche dei messaggi che non danno spazio ad equivoci, come il “Tornerò a votare quando la politica costerà di meno” che un elettore ha scritto sulla scheda in Lazio. Questo alto numero di persone che non vota è segno di una politica sempre più distante dai cittadini e per questo sempre più odiata.

Un partito che dovrebbe imparare molto da queste elezioni è il PD. Il centrosinistra ha vinto in sette regioni e perso in sei, ma questo non si può giudicare un risultato positivo, visto che prima del voto governava in undici di queste tredici regioni. In molte regioni di centrosinistra il PD ha perso miseramente, ciò è accaduto sia perché ancora oggi questo partito non riesce a mostrarsi come una reale alternativa al PDL, sia perché in alcune regioni amministrate dal centrosinistra ci sono state amministrazioni vergognose. L’esempio che calza a pennello è quello della Campania, dove Caldoro è riuscito a vincere su De Luca. Su entrambi i candidati aleggia tetro lo spettro della Camorra, ma ciò in molte zone della regione non è percepito come un problema, inoltre loro erano i candidati principali e da questo punto di vista partivano in parità. I campani non hanno promosso il PDL (per esserne sicuri basti ricordare i flop delle manifestazioni di centrodestra in Campania), ma hanno bocciato senza appello il PD, volendolo punire per le scandalose amministrazioni Bassolino da cui esce. L’ex presidente della regione ha combinato diversi disastri, ora è sotto processo per le consulenze d’oro ed è stato uno dei principali responsabili della crisi dei rifiuti, quindi era ovvia la bocciatura. Il PD, sapendo di correre un grosso rischio, ha scomodato un uomo pesante, Vincenzo De Luca, che però non garantiva una vera discontinuità da Bassolino, visto che non era da meno in quanto a rapporti malavitosi e viste le ombre che aleggiano sulla sua gestione della città di Salerno. Il centrosinistra, per avere qualche possibilità di vittoria, avrebbe dovuto innanzitutto aprire una seria questione morale al suo interno, mostrandosi quindi più incline alla legalità rispetto al PDL, avrebbe poi dovuto concentrarsi meno sui guai giudiziari del premier e più sull’ammissione delle proprie mancanze e sulla proposizione di alternative, conquistandosi così la fiducia di una parte di quelle persone che hanno deciso di non votarlo.

Un altro partito che deve fare “mea culpa” è l’Italia dei Valori, perché si è sempre proposto come baluardo della legalità in politica, ma in queste elezioni regionali per quieto vivere ha deciso di correre a fianco di persone poco pulite, come De Luca in Campania, o decisamente distanti dalla politica dipietrista, come Bresso in Piemonte.

Per quanto riguarda il centrodestra, ora si sta gongolando per il buon risultato, però Berlusconi ha tutti i motivi per non essere sereno. Il PDL, infatti, nonostante le affermazioni, continua a perdere punti a vantaggio della Lega Nord, che in tre provincie del Veneto lo ha addirittura doppiato. Ciò accade perché la figura di Berlusconi comincia a stancare di più a destra, così i fascisti scontenti trovano come interlocutori principali i leghisti, che sono la reincarnazione delle idee xenofobe ed estremiste delle regioni del nord e che sono l’unico partito di centrodestra che si preoccupa di essere radicato sul territorio e di parlare con i cittadini. Berlusconi, per sottolineare il trionfo, lo ha associato alla sua discesa in campo. La verità, molto più amara per il PDL, è che le vittorie sono dovute perlopiù alle alleanze con la Lega, che al nord ha sfondato, e con l’UDC, che ha preso i soliti voti che, però, in molte regioni hanno fatto la differenza. Il contributo dell’UDC deve preoccupare il premier, dato che a livello nazionale l’alleanza non c’è, ma nelle regioni i centristi hanno seggi pesanti, ciò potrebbe far acquisire anche a livello nazionale un peso non trascurabile a Casini.

Una buona performance è anche quella dei Movimenti a 5 Stelle di Beppe Grillo, che in Emilia-Romagna arrivano al 7% ed in Piemonte al 4%. Beppe Grillo motiva tale affermazione con la vicinanza del partito alle persone, in effetti il risultato in Piemonte da questo punto di vista diventa molto significativo, dato che il movimento di Grillo è da sempre il baluardo dei No-Tav. Ora il movimento, con rinnovata fiducia, si prepara alle comunali ed alle provinciali.

Per concludere questa analisi è necessario capire cosa comporterà questo voto. Come detto sopra, in molti casi il voto è stata una bocciatura al PD, ma il risultato del voto rivela la vena masochista dell’italiano medio. Hanno vinto personaggi come Luca Zaia o partiti come il PDL, che sono i partiti della polvere sotto il tappeto: fingono di risolvere le crisi, in realtà si preoccupano solo di non renderle visibili. Soprattutto Zaia si è preoccupato, durante la campagna elettorale, di trascurare il suo ruolo di Ministro dell’Agricoltura, lasciando il sospeso la delicata questione degli OGM. Lazio, Campania e Calabria si sono convertite al PDL, chissà se sono consapevoli che hanno messo al governo delle proprie regioni persone che di certo renderanno disponibili territori già massacrati dal punto di vista ambientale all’istallazione delle centrali nucleari. L’elettore italiano ha voluto protestare, ma si è dato una poderosa zappata sui piedi: non ci resta che restare vigili ed essere pronti a tutto.

IN MEMORIA DEL DIBATTITO ELETTORALE
post pubblicato in diario, il 17 marzo 2010

In un passato ormai dimenticato c’era, in prossimità delle elezioni, il dibattito elettorale, cioè un insieme di comizi e tribune politiche che riempivano le strade, le radio e le televisioni, in cui ogni candidato esponeva il proprio programma elettorale, cercando di convincere gli elettori che aveva ben chiari i problemi della zona a cui faceva riferimento e sapeva come risolverli: era una pratica un po’ noiosa, ma di certo molto costruttiva per elettori e politici. Da quando in campo è sceso un certo Berlusconi, invece, il dibattito elettorale è diventato una bolgia in cui si ci azzuffa e si ci lancia addosso merda, infatti non ci sono più proposte costruttive o distruttive, si parla solo degli innumerevoli processi di colui che non si farà mai condannare e gli argomenti reali si omettono. Già qualche anno fa si toccò l’acme di questa schifezza quando l’allora candidato premier Berlusconi chiamò “coglioni” gli elettori di centrodestra durante uno dei suoi comizi, eppure il dibattito di questi giorni non sta di certo deludendo le aspettative di chi ama la spazzatura.

A breve ci saranno le elezioni regionali, eppure di programmi si sente parlare poco e niente, grazie anche all’astuta iniziativa del Governo di bloccare i talk-show in prossimità delle elezioni, proprio quando il cittadino avrebbe bisogno di sentire cosa vogliono fare del territorio. Il PDL ha aperto un nuovo ciclo in politica, quello che si potrebbe definire del “voto alla cieca”, dato che ai cittadini non viene più concesso di conoscere le intenzioni di chi si candida. Questo nuovo modo di fare politica è comunque un gran colpo di genio del PDL, infatti nei pubblici dibattiti non sarebbe stato difficile smascherare le loro fandonie, così come Rosy Bindi ha potuto confutare la fandonia della crisi dei rifiuti risolta mostrando delle foto del pattume tra le strade di Acerra: di certo, senza i talk-show, le tante fesserie portate avanti dai complici di Berlusconi potranno restare in piedi. Senza un vero dibattito politico, inoltre, non sarà nemmeno possibile esercitare pressioni su chi si è candidato e non prende iniziative serie su argomenti delicati, è infatti possibile per il ministro Zaia (attualmente candidato alla Regione Veneto) spostare l’attenzione sull’introduzione dei valori cattolici nello Statuto regionale veneto e trascurare il suo comportamento poco serio sulla questione relativa agli OGM, a cui lui si è dichiarato contrario, senza però mai emettere un decreto che annullasse la sentenza del Consiglio di Stato, tenendo così buoni gli agricoltori “biologici” senza scontentare le grandi multinazionali del biotech. In questa atipica campagna elettorale, vista l’assenza di tribune politiche, si sta consumando un grandissimo paradosso, infatti nessun candidato alla regione sta parlando del nucleare, anche se dopo le elezioni si sceglieranno i siti in cui costruire le nuove centrali: si trascura un argomento di vitale importanza senza che nessuno se ne accorga.

La mancanza di dibattito elettorale serio in tv e sui giornali non va comunque solo a vantaggio del PDL, ma anche il PD ne trae un grosso beneficio. Ogni volta che viene fuori una nuova magagna giudiziaria del premier, noi cittadini ci disgustiamo e subito Bersani (PD) e Di Pietro (IdV) si propongono come paladini della giustizia. In un paese correttamente informato, quando questi signori della finta opposizione si scagliano contro il premier, qualcuno farebbe notare che se durante le loro precedenti esperienze di governo avessero provveduto a creare una legge sul conflitto di interessi ed a snellire i tempi dei processi (due cose definite prioritarie nel programma dell’Ulivo di Romano Prodi), forse oggi Berlusconi sarebbe stato già giudicato e non sarebbe in politica, o comunque non potrebbe fare i danni che sta facendo ora perché non avrebbe più il monopolio della televisione. La gente che si sente bene votando centrosinistra, insomma, saprebbe che è anche colpa dei propri beniamini se nel nostro paese la dittatura non cade. È facile per un partito d’opposizione prendere consensi sparlando dei guai giudiziari di Berlusconi, ma solo in Italia si può portare avanti una campagna elettorale proponendosi come alternativa senza però illustrare il modo alternativo in cui si vogliono risolvere i problemi del paese, senza illustrare un programma. A questo punto, visto che né il PD né l’IdV sembrano proporre delle alternative alla politica del PDL, e visto che almeno il PD ha una certa identità di vedute con Berlusconi su intercettazioni e condannati che siedono in Parlamento, viene il dubbio che tale alternativa in realtà non ci sia.

La mancanza di dibattito elettorale fa bene ai partiti, perché raccoglieranno i voti di chi già li segue e ciò che conterà sarà solo la popolarità del candidato, non ci sono programmi ed idee da giudicare. Le uniche vittime di questo sistema dittatoriale sono i piccoli partiti, visto che in molte regioni gli elettori non conoscono nemmeno l’esistenza dei candidati che sono al di fuori del blocco bipolare, e gli elettori, che dovranno scegliere senza sapere quali sono le alternative, al massimo con la consapevolezza che una vera alternativa non c’è.
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