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PUZZA DI DITTATURA
post pubblicato in diario, il 29 settembre 2015

Berlusconi è caduto da qualche anno, diversi primi ministri si sono avvicendati dopo di lui, eppure quella fastidiosa puzza di dittatura non sembra voler andar via. Potrebbe sembrare solo uno scherzo della mente, che ci fa riaffiorare i brutti ricordi di un passato recente, invece i fatti dimostrano che il pericolo dittatura non è sparito con Berlusconi.

Con il subdolo aiuto della Lega Nord, Matteo Renzi sta riuscendo ad accelerare lo sfascio del Senato. I milioni di emendamenti presentati da Calderoli sono stati presentati dalla Lega come un estremo atto di resistenza, ma è ovvio invece come il numero spropositato sia servito per obbligare il presidente Grasso ad applicare la ghigliottina, tagliando i tempi del dibattito in aula e vanificando almeno in parte il previsto ostruzionismo del Movimento 5 Stelle e di SEL.

Mentre il peso della volontà popolare viene distrutta dalla riforma del Senato e da quella elettorale, un’altra parte del PD imita il vecchio dittatore (che intanto cerca ancora di convincerci che Renzi è di sinistra ed è suo nemico) ed attacca la libera informazione. Qualche giorno fa il Presidente della Regione Campania, l’impresentabile Vincenzo De Luca, ha accusato Raitre di “camorrismo giornalistico” perché quei cattivoni di Report avevano osato parlare ai telespettatori del processo in cui è imputato. De Luca, che come sempre non risponde a critiche ed accuse ma diffama o minaccia chi le lancia, si è poi detto orgoglioso dei suoi processi. Nell’Italia di oggi è normale, presto forse comincerà a fare orge con prostitute minorenni sperando di diventare premier.

Ricordando che Renzi,ai tempi della Leopolda, aveva detto che i partiti dovevano uscir fuori dalla Rai, un po’ tutti si sarebbero aspettati un intervento del PD a favore di Raitre, rete tra l’altro molto cara al centrosinistra quando al centro degli scandali c’era l’altra parte politica. Invece il deputato PD Anzaldi rincara la dose, accusa il canale di non essersi allineato al partito e di non tessere le lodi dell’attuale premier, il canale a suo dire “dovrebbe fare servizio pubblico”. Qualcuno spieghi ad Anzaldi che fare sviolinate al leader di turno è l’antitesi del servizio pubblico, è un servizio ai partiti, all’oligarchia che ci governa. Anzaldi conclude poi il suo intervento con una minaccia tutt’altro che velata al direttore di Raitre, Vianello: “l’importante è che Vianello non faccia altri errori”. Meno male che è Raitre a fare camorrismo, queste minaccesembrano poco adatte ad un confronto politico-dialettico di un paese democratico.

C’era una volta l’editto bulgaro, con un attacco vile Berlusconi cacciò dalla Rai Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi, colpevoli di aver fatto informazione in modo poco gradito ai piani alti. All’epoca il PD gridò al fascismo ed al governo totalitario. Ora c’è Renzi, tutto è uguale, però i capelli sono veri.

Visto il clima che si respira ai piani alti, anche la lobby cristiana sente di poter fare la parte del leone. È di qualche giorno fa la notizia di uno studente gay costretto a seguire le lezioni dal corridoio in una scuola cattolica di Monza perché influenzava negativamente gli altri ragazzi. Come sempre, dopo le prime reazioni imbarazzate e contraddittorie, i responsabili negano ci sia stata discriminazione e dicono di aver voluto tutelare lo studente. In questo clima così ostile alla libera informazione, è però parso normale a Francesco Macrì,segretario generale della Fidae (associazione che riunisce 2500 istituti cattolici in Italia), dire che i giornali andrebbero oscurati, che non dovrebbero parlare del fatto o almeno non dovrebbero “entrare nel merito della scuola e della famiglia”. Insomma, Macrì non ci tiene tanto a punire chi ha sbagliato o a dimostrare che non c’è stata discriminazione, è preoccupato che se ne parli. Per non stupirsi basta ricordare il comportamento della Chiesa cattolica nei confronti dei preti pedofili prima dello scoppio degli scandali.

Berlusconi è caduto già da un po’, ma così come le riforme scellerate, anche la politica contro la libera informazione gli è sopravvissuta ed è oggi portata avanti da chi un tempo fingeva di osteggiarla. Il succo è che la censura non è né di destra né di sinistra, ce lo insegna anche la storia, è semplicemente l’arma di chi vuole il consenso per tenere il potere, di chi vuole sfavorire il popolo e favorire una casta ristretta. La politica contro la libera informazione è nel DNA dei governi anti-democratici.
LEGGE BAVAGLIO 2 E IL SILENZIO DEGLI INTELLETTUALI
post pubblicato in diario, il 24 settembre 2015

Corsi e ricorsi storici, diremmo. Nel 2010 Berlusconi provò a promulgare una legge che avrebbe tolto ai magistrati la potente arma delle intercettazioni telefoniche, cinque anni dopo ci prova Renzi. Non tutto però è uguale, nonostante il risultato atteso dai due leader è lo stesso.

Nel 2010 Berlusconi fece precedere l’approdo in aula della cosiddetta “legge bavaglio” da una potente campagna di stampa. Come sempre si produsse in estenuanti (per i cittadini) maratone televisive in cui sciorinò cifre fasulle e le interpretò in modo ancor meno veritiero. Cercò insomma di lavarci il cervello, di venderci la favola secondo la quale siamo tutti spiati, ci disse che la nostra privacy era in pericolo e partì all’attacco in Parlamento. Renzi oggi ha scelto una strada diversa, delle intercettazioni infatti non ha mai parlato, non c’è poi alla Camera una legge specifica, c’è una riforma del codice penale in cui dentro rientrano anche le tanto odiate intercettazioni. Inoltre del dibattito alla Camera si è parlato pochissimo, è stato oscurato dal dibattito sulla riforma del Senato e dall’emergenza immigrazione. Per non correre rischi, il governo ha lanciato anche il dibattito sullo “ius soli”. Berlusconi si giocava tutto sul pezzo forte, attirava tutta l’attenzione sulla sua crociata e cercava di tirare tutti dalla sua parte sfruttando i mass media. Renzi invece sgancia riforme a grappolo, così l’opinione pubblica si distrae e qualcosa se lo perde. Due tattiche diverse per lo stesso fine.

Differente è anche la reazione contro le due leggi bavaglio. Nel 2010 il governo Berlusconi fu messo alla gogna, il quotidiano “la Repubblica” l’11 giugno 2010 mise la prima pagina in bianco con la sola scritta: “la legge-bavaglio nega ai cittadini il diritto di essere informati”. Tutto il centrosinistra e quel che restava della sinistra(che dopo il secondo governo Prodi è diventata una comparsa, quasi un’entità ectoplasmatica) si schierarono contro quella legge e, grazie ad una massiccia opera di informazione, riuscirono a bloccarla. All’epoca anche il mondo della cultura si schierò contro la legge bavaglio, con alcuni interventi diretti tra cui si ricorda quello di Roberto Benigni. Oggi, con Renzi che propone una legge uguale se non peggiore, l’opposizione alla legge è molto blanda. Alla Camera si è registrata la solita opposizione plateale del Movimento 5 Stelle, quella della sinistra (SEL) e quella quasi ridicola di Lega Nord e Forza Italia (che non hanno però contestato la legge in quanto liberticida, la Lega ha sostenuto che non era prioritaria e i berlusconiani temono possa invece favorire i magistrati). I giornali di sinistra sono stavolta molto meno duri, la Repubblica ha pubblicato la normale prima pagina senza alcun proclama contro la legge. Assordante anche il silenzio del mondo della cultura, nessuno adesso sente il bisogno di contestare la legge.

Ci sono quindi grosse differenze tra i due iter, eppure la sostanza della legge è la stessa. Cosa è cambiato? Prima di tutto la tattica seguita dai premier. Berlusconi accentrò tutta l’attenzione sulla legge bavaglio, tirò molti cittadini dalla sua parte,ma inasprì anche i sentimenti contrari di chi conosceva la poca affidabilità del personaggio, quindi fu più facile per le opposizioni fare leva sui sentimenti degli italiani anti-berlusconiani. Renzi è stato invece più furbo, ha caricato tutte le polemiche e le attenzioni sulla riforma del Senato, ha fatto andare le due riforme insieme in Parlamento e il capitolo riguardante le intercettazioni l’ha inserito come pezzo di una riforma più ampia, dandole meno importanza ha evitato che i cittadini percepissero in pieno il pericolo che essa rappresenta. Berlusconi nel 2010 fu anche più sfortunato. Lui infatti aveva un’opposizione di facciata (il PD che gli dava addosso, che però si guardava bene dal votare compatto quando poteva farlo cadere) che colse l’occasione di aumentare i consensi dandogli addosso in nome della libertà di stampa. La stessa Serracchiani, vicepresidente del PD che oggi difende la legge a spada tratta, nel 2010 arrivò a dire che il diritto di cronaca veniva prima del diritto alla privacy dei cittadini. Oggi invece il PD ha alla Camera la maggioranza assoluta, inoltre ha il NCD che appoggerebbe qualsiasi cosa pur distare al governo, quindi il potere delle opposizioni è poco. Oltretutto sin dall’inizio della legislatura è chiaro che Renzi non ha una vera opposizione,infatti la minoranza dem gli sbraita contro ma non lo fa cadere, Forza Italia non ha alcun interesse ad andare alle urne ora (ha i consensi al 10%) e oltretutto vede realizzate da Renzi tante riforme che le fanno comodo, la Lega finge di opporsi pur gradendo la riforma. Vera opposizione rimangono quelli di SEL (un gruppo sparuto) e quelli del Movimento 5 Stelle, che però possono solo fare baccano.

Da più parti piovono critiche sul mondo culturale di sinistra. È facile capire perché il PD in cinque anni abbia cambiato così radicalmente idea (se davvero sono stati contrari in passato), basta ricordare le intercettazioni riguardanti Renzi, quelle che portarono alle dimissioni di Lupi e quelle che ottennero lo stesso effetto sulla De Girolamo. Non si capisce però perché gli intellettuali tacciano oggi dopo il baccano fatto nel 2010. Il merito è sempre della differenza di tattica usata da Renzi, infatti tutti ci sentiamo in pericolo perle nostre libertà, però la riforma che ci fa più paura è quella del Senato sia perché colpisce direttamente la rappresentanza politica sia perché se ne parla molto di più. Siamo bombardati dalla riforma del Senato, della legge bavaglio si è invece parlato pochissimo. Ecco perché la percepiamo come qualcosa di brutto, ma non di così terribile, e finiamo per sottovalutarla. Ecco perché gli intellettuali (quelli in buona fede, ovviamente) non stanno parlando, perché non hanno capito la gravità della situazione.
LA CULTURA DELLO SCIOPERO
post pubblicato in diario, il 26 luglio 2015
In Italia non esiste più la cultura dello sciopero e della lotta sindacale.
 
Ieri a Pompei i turisti sono rimasti fuori dagli scavi a causa di un'assemblea sindacale che ha tenuto i cancelli chiusi per ore. Ovviamente sono esplose le polemiche.

Premetto di non conoscere con precisione le motivazioni che hanno portato i lavoratori degli scavi di Pompei ad un'azione del genere, quindi mi asterrò dal commentare nello specifico il loro atto, il mio discorso invece verterà sulla questione degli scioperi e delle lotte sindacali.

Subito Renzi, dopo i fatti di ieri, ha dichiarato che i sindacati così si fanno del male e lui è pronto a "proteggerli da sé stessi", frase che non suona incoraggiante visto che è uscita dalla bocca di un uomo messo lì da Confindustria. Ancor più inquietante è però l'assoluta mancanza di solidarietà che si registra in questi casi (mi riferisco infatti anche a casi simili) tra lavoratori, quindi tra persone appartenenti alla stessa categoria. Tutti hanno condannato senza esitazione l'atto dei lavoratori di Pompei, fomentati dai media di regime che non hanno mancato di ricordarci che brutta figura ci fa l'Italia e che disagio hanno creato ai turisti, nessuno si è chiesto quale motivo abbia spinto i lavoratori ad un atto tanto grave.

Il fatto che molti (quasi tutti, direi) abbiano condannato uno sciopero per i disagi che ha creato è la dimostrazione che in Italia si è persa la cultura della lotta per i diritti dei lavoratori. Uno sciopero può essere condannato per le motivazioni che lo hanno generato, si può infatti essere convinti che la richiesta dei lavoratori non sia sensata o non giustifichi un gesto tanto eclatante, ma non per i danni che crea. Lo sciopero ha senso solo se crea disagi e danni, la dimostrazione sta nel fatto che, da quando le regole hanno molto ammorbidito le manifestazioni sindacali, i diritti dei lavoratori sono malinconicamente scivolati nella pattumiera. Quando in Italia fu approvata la legge Biagi, i sindacati fecero un paio di innocui scioperetti che nemmeno furono sentiti dalle orecchie dei politici. Nello stesso periodo in Francia su varato il CPE, i sindacati scesero in piazza e misero Parigi sotto assedio a oltranza e non arretrarono di fronte alle cariche della polizia, finché Chiraq non fu costretto a ritirare la legge. Questo esempio dimostra come uno sciopero, per essere efficace, debba creare disagi. Se non c'è il disagio, lo sciopero è un bisbiglio di disappunto, con i disagi può diventare un urlo che perfora i timpani di chi schiaccia i diritti del lavoratore. Ovviamente i danni che crea lo sciopero, in caso di richiesta legittima degli scioperanti, sono colpa di chi ha costretto i lavoratori a scioperare, quindi di chi non ha accolto la legittima richiesta (i padroni o i governi, in parole povere).

In Italia bisognerebbe tornare a fare gli scioperi seri, solo così potremmo evitare che nel silenzio generale distruggano lo Statuto dei Lavoratori e l'articolo 18. Ma l'italiano non vuole agire, l'italiano vuole essere immobilizzato così da poter delegare ad altri la difesa dei suoi diritti. Intanto però nel nostro paese non esiste un vero partito socialista (quello di Nenni e Pertini è finito divorato da Craxi e i suoi scagnozzi), non esiste un vero partito comunista e in generale non esiste una vera forza vicina ai diritti dei lavoratori, delle fasce deboli ed alle tematiche ambientaliste. In questo contesto di mancata rappresentanza, il cittadino pigro fa il gioco dei vari regimi che da decenni si susseguono. Berlusconi provò a toglierci l'articolo 18, fallì, ma anni dopo c'è riuscito Renzi senza nemmeno troppa fatica. Il Jobs Act regala la pelle del lavoratore a Confindustria, ma nessuno ne parla. Oggi il cittadino cerca consolazione nei Salvini e nei Grillo, che trovano il nemico comodo e gettano tutta l'attenzione lì, facendoci credere che se siamo nella merda è colpa dell'euro, dei migranti o della Merkel.

Lo sciopero di sabato dei lavoratori di Pompei, di cui non do un giudizio dato che non ne conosco le motivazioni, è stato comunque una manna dal cielo per Renzi. In Parlamento è in discussione una legge-bavaglio in stile Berlusconi (promossa infatti da Alfano, che di Berlusconi fu l'erede designato) che distruggerà l'informazione e renderà il nostro paese ancora meno democratico, ma per giorni si dibatterà sui sindacati brutti e cattivi e sulla necessità di fermare questi mostri (i lavoratori) che hanno anche il coraggio di chiedere cose senza senso (i diritti).
L’UOMO DEL POPOLO HA DETTO “NO”
post pubblicato in diario, il 17 maggio 2011

Le elezioni amministrative dovevano essere una sorta di valutazione del Governo in carica, almeno su questo piano lo aveva messo Berlusconi. Di sicuro mettere delle amministrative su questo piano è molto pericoloso, visto che in passato più volte proprio elezioni “locali” avevano messo in crisi i governi in carica, sia di centrodestra che di centrosinistra. Forse proprio temendo la sconfitta, o forse per un eccesso di sicurezza, il premier l’ha buttata come al solito sul referendum pro o contro Berlusconi. I risultati sono inequivocabili, si può dire che il popolo ha bocciato il Governo senza possibilità di appello, è infatti vero che ci sono ancora molti ballottaggi da giocare, ma è pur vero che questi risultati sono la palese dimostrazione che il consenso al premier è notevolmente calato.

Il caso più eclatante è Milano, dove si attendeva di sapere solo se la Moratti sarebbe passata al primo turno o se avrebbe dovuto attendere il ballottaggio. Come spesso accade, i pronostici si sono rivelati ingannevoli, dato che Pisapia (PD) è in vantaggio al 48,04% contro il 41,58% della Moratti. Per poco, insomma, Pisapia non passava al primo turno. Si dovrà andare al ballottaggio, ma per il candidato del PdL non sarà facile rimontare dato che a Pisapia basta conquistare un ulteriore 3% di voti per batterla e proprio questa percentuale è in possesso di Calise (Movimento 5 Stelle), membro di un partito che difficilmente appoggerà il centrodestra al ballottaggio. Molto significativo è il dato inerente Silvio Berlusconi, candidato direttamente a Milano, infatti il premier ha perso il 50% dei voti rispetto al 2006, passando dalle 50.000 preferenze alle 28.000. Milano, storica roccaforte del centrodestra, è molto vicina a diventare un Comune del centrosinistra, ed il premier che tanto sentiva queste elezioni come un referendum sul suo consenso, ha incassato una grossa sconfitta. Comunque vada il ballottaggio, il PdL dovrà riflettere molto, inoltre Berlusconi dovrà lavorare molto per ricucire ancora una volta i rapporti con la Lega Nord, infatti il “Carroccio” ritiene il premier e la Moratti i veri responsabili della sconfitta.

Anche Napoli è una città su cui il premier ha puntato molto, visto che la finta soluzione della crisi dei rifiuti è stata il cardine della perenne campagna elettorale del Governo nazionale. Anche nel capoluogo partenopeo, però, il centrodestra ha molti motivi per non gioire. Lettieri (PdL) è si in vantaggio, ma ha preso solo il 38,53% dei voti, contro il 27,49% di De Magistris (IdV) ed il 19,17% di Morcone (PD), quindi è davanti solo perché Italia dei Valori e PD correvano separati, ma al ballottaggio è molto probabile che i voti di Morcone vadano a De Magistris, ribaltando la situazione e rendendo decisivo il Terzo Polo che ha raccolto il 9,73% di preferenze. La situazione a Napoli è piuttosto eclatante, infatti i cittadini hanno bocciato il PD che da anni governava con la Iervolino, ma non hanno promosso il PdL, forse in virtù della strumentalizzazione dell’emergenza fatta dal Governo, mentre hanno dato fiducia a De Magistris, sperando quindi in una ventata di novità alla guida di un Comune di sicuro non facile da gestire.

A Torino Fassino (PD) stravince e passa al primo turno, così come De Luca (PD) a Salerno. Proprio al sindaco salernitano è andato un vero e proprio plebiscito, con il 74,42% dei voti. A Bologna Merola (PD) passa al primo turno per un pugno di voti, ha infatti incassato il 50,46%, ma nel capoluogo dell’Emilia-Romagna fa impressione l’ottimo risultato del Movimento 5 Stelle, che prende il 9,50% dei voti con il candidato Bugani.

Altro risultato significativo si è avuto a Cagliari, città da anni nelle mani del centrodestra, dove Zedda (PD) è avanti per un pugno di voti. Nel capoluogo sardo saranno decisivi al ballottaggio i voti del Terzo Polo (4,47%), del Movimento 5 Stelle (2,04%) e delle varie liste civiche.

Il PdL si afferma al primo turno a Reggio Calabria e Catanzaro, dove però i candidati hanno raccolto molti più voti con le liste civiche da loro create e non con il PdL stesso, quindi si può considerare una vittoria più degli uomini che del partito. Anche a Caserta vince il PdL con Del Gaudio. È interessante notare (io sono maligno e non posso non notarlo) che proprio in un comune dove è fortissima la presenza della camorra anche nelle istituzioni (Caserta) il PdL sia passato facilmente; il centrodestra stravince anche nelle provincie calabresi, dove in molte giunte vi sono chiare infiltrazioni della ‘ndrangheta, evidentemente cominciano a pagare i buoni rapporti che i politici milanesi hanno con la mafia calabrese (o forse è semplicemente un caso, chissà…).

Comunque finiranno i ballottaggi, le elezioni amministrative di questo week-end hanno rappresentato di sicuro uno smacco clamoroso per la coalizione di governo che ora, per vincere, dovrà chiedere voti al Terzo Polo e questi di sicuro non daranno il loro appoggio gratis. Probabilmente dovremo vedere altri 9-10 sottosegretari nuovi e senza funzioni. Di sicuro scoppierà un’altra grana per Berlusconi, che dovrà anche calmare l’alleato leghista che non ha esitato a dare a lui la colpa di tutto.

Un altro risultato elettorale positivo è stato il referendum consultivo in Sardegna, infatti i sardi hanno votato contro il referendum, raggiungendo il quorum e facendo vincere il SI con il 98% delle preferenze. Un voto che nell’ottica del referendum del 12-13 giugno ha poco peso, però fa ben sperare per il raggiungimento del quorum al referendum nazionale. Ora aspettiamo i ballottaggi delle amministrative, così capiremo la portata della sconfitta patita dal Governo.

POVERI E UMILIATI
post pubblicato in diario, il 27 aprile 2011

Le notizie che arrivano in questi giorni danno dell’Italia un’immagine sempre più tragicomica, si vede sempre di più quello che è realmente il nostro paese, cioè una sguattera senza una vera direzione politica. I più attenti già notarono qualcosa di strano ai tempi dell’inizio dell’invasione dell’Iraq, quando Berlusconi (allora al terzo mandato) si assunse con sonoro squillo di trombe il ruolo di mediatore tra le parti in contrasto. Fu davvero avvilente per noi italiani vedere colui che doveva rappresentarci cambiare opinione ad ogni vertice, infatti dopo i colloqui con gli interventisti Bush e Blair si dichiarò pronto all’appoggio incondizionato all’intervento militare (trascurando, come sempre, il popolo ed il parlamento), per poi cambiare completamente dichiarazione in seguito ai vertici con Chirac, Shroeder e Putin, che erano contro l’intervento armato. Ovviamente qualsiasi berlusconiano negherà fino alla morte questo fatto storico, ma nessuno può aver dimenticato il grande smacco che il nostro paese subì, infatti quando fu fatta la riunione finale per decidere le modalità di intervento, parteciparono solo Bush, Chirac e Shroeder (USA, Francia e Germania), mentre Spagna ed Italia furono completamente ignorate. Ovviamente il centrodestra allora sorvolò sull’entità epocale dello smacco, si limitò ad incassare, fingere di nulla e partire accanto agli americani, come il più fedele dei cani. Oggi come allora, ci tocca fare una figuraccia che dimostra l’assoluta inesistenza di una politica estera nel nostro paese. C’è stato un vertice tra Sarkozy e Berlusconi, i risultati ovviamente riempiono d’orgoglio il nostro premier che ha parlato di vittorie e identità di vedute, ma la realtà è che da quel vertice è venuto fuori un diktat francese nei confronti dell’Italia. Le mie parole di sicuro non saranno gradite a chi normalmente vota Berlusconi, eppure questa volta il mio parere non coincide con il PD o l’Italia dei Valori, ma paradossalmente la Lega Nord è il partito più scontento. A seguito del vertice italo-francese è venuto fuori che l’Italia non si limiterà più a fornire semplice appoggio agli alleati, ma interverrà attivamente nei bombardamenti, soluzione che non piace nemmeno agli alleati di Berlusconi, ma Sarkozy ordina e lui esegue. Nell’incontro si è parlato anche della scalata della francese Lactalis all’italiana Parmalat, operazione molto osteggiata (a parole) dal centrodestra, eppure non si è arrivato a un compromesso, ma è stato deciso che Lactalis avrà campo libero. Oltre i diversi temi ampiamente trattati, anche un’altra dichiarazione del premier francese, passata un po’ in secondo piano, può dare l’idea del nostro asservimento ai tanto odiati cugini d’oltralpe. Sarkozy ha parlato infatti anche del programma nucleare italiano, dicendo che, qualora si dovesse sviluppare, la Francia sarà pronta ad aiutare il nostro paese nella costruzione delle centrali. La dichiarazione del leader francese ci fa dunque capire che, molto probabilmente, i francesi hanno qualcosa da guadagnare nell’inizio di un nuovo programma nucleare italiano, per questo la caparbietà di Berlusconi forse potrebbe anche essere un’altra tassa impostaci dai francesi. Al di là delle considerazioni sulla giustezza dei provvedimenti che verranno adottati dopo il vertice italo-francese, resta comunque la considerazione principale, cioè che siamo delle marionette nelle mani degli altri governi, che hanno il vantaggio di avere delle vere guide politiche e possono umiliarci come preferiscono.

Oltre ad essere umiliati dall’assoluta mancanza di politica estera, ci scopriamo sempre più poveri. Ironia della sorte è un’organizzazione francese, l’OCSE, ad aprirci gli occhi su una situazione terribile che i mass media di regime ci nascondono. Secondo l’OCSE, nel nostro paese vi sono 30 milioni di bambini che vivono in condizioni di povertà, dato molto allarmante anche perché la percentuale di bambini poveri in Italia (15%) è superiore alla media OCSE (12,7%). Un altro dato che l’agenzia pubblica in questa ricerca ci aiuterà a discutere sul problema, infatti l’Italia spende solo l’1,4% del proprio Pil per il sostegno delle famiglie con bambini, meno della media OCSE (2,2%), mentre la Gran Bretagna spende il 3,5% del proprio Pil e la Francia il 3,8%. Oltre ad essere un paese umiliato, ci scopriamo anche un paese povero, perché le altre nazioni investono i loro capitali nel sostegno alle famiglie con figli (quindi, al futuro), mentre nel nostro paese l’unica cosa che viene abbondantemente finanziata è la politica, con tutti i suoi vizi.

Tutto il discorso fatto sopra ci rivela che il nostro è un paese senza politica, dove burattinai esterni muovono coloro che noi crediamo guide, dove pochi mangiano vendendo la nostra dignità ed il nostro benessere, chiudendoci gli occhi con discussioni assurde su temi che non dovrebbero mai essere messi in discussione, come l’indipendenza delle toghe.


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permalink | inviato da zinonno il 27/4/2011 alle 18:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
OPERAZIONE MEMORIA: ECONOMIA E LAVORO
post pubblicato in diario, il 2 agosto 2010

Da oggi inizia una serie di analisi delle operazioni di questo governo, così da venire incontro alle richieste di Berlusconi, che tempo fa ha invocato un’”operazione memoria” per ricordare agli italiani quanto di buono è stato fatto. Oggi verrà analizzata la politica economica del Governo.

Le legislature berlusconiane, bisogna dirlo, sono state tutte contraddistinte da una terribile sfortuna (almeno così dice il PdL), infatti il terzo governo Berlusconi ha dovuto affrontare la crisi generata dal crollo delle Twin Towers (2001) ed il quarto sta affrontando la crisi economica. Ciò che non si capisce, però, è come mai tali crisi per il nostro paese sono sempre più devastanti. Dal 2002 al 2005 (governo “Berlusconi III”), si ha la crescita del PIL solo nel 2002 (+0,3%) e nel 2004 (+1,1%), mentre nel 2003 e nel 2005 la crescita è pari a zero, ma Berlusconi ci tranquillizza, infatti era solo colpa della crisi mondiale. Il caso vuole, però, che nel 2006 sale al governo Romano Prodi e la crisi svanisce di colpo, infatti in tre anni il PIL è sempre in attivo (2006: +1,5% - 2007: +1,7% - 2008: +0,7%). Poi torna a Palazzo Grazioli Silvio Berlusconi, il ministro dell’economia è di nuovo Tremonti e scoppia, guarda caso, una nuova crisi, così nel 2009 (-2,1%) e nel 2010 (-0,1%) è recessione piena. Nel biennio 2009-2010 tutta l’Eurozona vive un momento di crisi, ma Eurolandia riesce a reagire al 2009 disastroso (-2%) riuscendo a riportare la crescita ad un, pur minimo, attivo (+0,2%). Questa coincidenza delle crisi con le salite al potere di Berlusconi fanno nascere due ipotesi, infatti o Berlusconi porta sfiga, oppure le crisi negli ultimi anni ci sono spesso e lui non è in grado di affrontarle, quindi le usa come alibi. Essendo che un’analisi razionale non può tenere conto della variabile “sfortuna”, appare ovvia la seconda ipotesi. La crisi del 2001 colpì duramente il mondo, ma l’Italia la usò come alibi e si trascinò fino al 2006, poi salì al governo Prodi (che fu tutt’altro che un buon presidente) che riuscì a ristabilire un po’ la situazione, finché il suo fragile governo non cadde, così tornò il centrodestra e partì la crisi mondiale. A questo punto credo sia legittimo chiedersi come sarebbe andata se ad affrontare questa situazione ci fosse stato qualcun altro al posto di Berlusconi. Il fatto è che Prodi non fu un buon governante, perché pur di far quadrare i bilanci metteva in secondo piano il benessere dei cittadini, ma almeno aveva delle competenze in fatto di economia, non era un imprenditore massone e malavitoso salito al governo per sistemare i propri guai giudiziari, quindi almeno sapeva dove sbattere la testa.

Per quanto riguarda la politica economica, degno di nota è anche il modo di porsi di questo governo nei confronti dell’evasione fiscale. Normalmente tutti i governi, in modi più o meno efficaci, hanno portato avanti una lotta all’evasione, Berlusconi e Tremonti invece hanno inaugurato la politica del favoreggiamento, aiutando gli evasori con condoni di ogni genere (di cui spesso il premier è stato il primo ad usufruire). Anche nel caso dell’evasione fiscale il centrodestra perde contro il governo Prodi, che effettivamente su questo fronte si impegnò molto. Durante il governo dell’Unione infatti ci fu un calo dell’evasione, tanto che la Banca d’Italia dichiarò un gettito maggiore del 15% e ne diede il merito all’”intensificarsi dei provvedimenti di contrasto all’evasione”. Dal 2008, anno della caduta di Prodi e del ritorno di Berlusconi, tale magia (sempre per caso, secondo i pidiellini) finisce e l’evasione torna ad aumentare, nonostante condoni e scudo fiscale. Il fallimento dei condoni era ovvio sin dall’inizio, infatti era un colpo di spugna a cui poteva accedere solo chi poteva permettersi il pagamento di una quota proporzionale all’evaso, quindi se ne avvalsero grandi evasori (tipo Valentino Rossi, Giancarlo Fisichella e, guarda caso, Silvio Berlusconi), invece ai piccoli evasori non restò che continuare ad evadere. Lo stesso discorso vale poi per lo scudo fiscale, che è stato semplicemente un grosso regalo alla mafia (a cui Berlusconi ed il PdL sono molto legati), ma i capitali rientrati sono stati molto pochi, forse perché comunque all’estero sono meno tassati.

Un altro fiore all’occhiello di questo governo è stata la politica del lavoro. Trascurando il continuo aumento della disoccupazione, che non ha subito arresti nemmeno durante il triennio di Prodi, è comunque possibile definire “fallimentare” le azioni di questa coalizione di governo. Padre della terribile legge Biagi è infatti Roberto Maroni, allora Ministro del Lavoro ed oggi Ministro degli Interni, che non ha avuto il coraggio di apporvi il suo nome, ma lui ne è l’ideatore ed il firmatario. La Legge Biagi non solo non ha diminuito il numero di disoccupati (diminuzione che avrebbe comunque avuto solo valore statistico), ma ha anche aperto la strada alla schiavizzazione del lavoratore, moltiplicando e legittimando episodi come il licenziamento senza giusta causa e la negazione dei diritti del lavoratore (un dipendente assunto a progetto, spesso con contratto della durata inferiore ai 30 gg, non reclamerà mai i propri diritti). Tale politica della schiavizzazione del lavoratore continua ancora oggi, con uno scellerato Ministro del Lavoro (Sacconi) che non solo non contrasta, ma asseconda il delirio di onnipotenza dell’ad FIAT, Marchionne, dando l’inizio ad un periodo che vedrà i lavoratori tornare alle condizioni precedenti le grandi lotte sindacali degli anni ’60.

Per concludere quest’analisi, voglio prendere in considerazione dei provvedimenti che, magari dopo una grossa pubblicità, sono spariti nel nulla. Come non ricordare la “Social Card”, l’elemosina di 40 € riservata ai poverissimi e vecchissimi. Pochi ne hanno fatto richiesta (intuendone l’inutilità) e grazie al perverso meccanismo del controllo posticipato (prima le assegnavano, poi controllavano se chi le aveva ne aveva realmente diritto, dando per scontato che tutti gli anziani d’Italia siano ragionieri) spesso le hanno date scariche, causando anche episodi umilianti a danno di cittadini già in difficoltà economiche. Il cavallo di battaglia di questo governo sarà comunque l’abolizione dell’ICI sulla prima casa, una norma che poteva essere buona, se fatta bene. Hanno tolto l’ICI, principale fonte di sostentamento degli enti locali, ma non solo non hanno compensato la perdita ai Comuni, gli hanno anche tagliato i fondi, quindi questi si sono rivalsi sui cittadini, aumentando le imposte comunali. Qualcuno dirà che l’aumento delle imposte comunali non è colpa del governo, ma ciò sarebbe vero solo se il Governo non avesse affamato i Comuni, continuando però a fargli carico di numerosi servizi.

Berlusconi si è sempre presentato come un uomo che “non avrebbe messo le mani nelle tasche degli italiani”, ma di nascosto le ha messe eccome, basti pensare all’aumento delle imposte locali dopo che il suo Governo ha tagliato i fondi, basti pensare all’imminente rincaro dei pedaggi autostradali. Non ha creato nuove tasse, ma ha fatto in modo che le imposte indirette salissero alle stelle, guadagnandoci comunque alle nostre spalle. La politica economica berlusconiana si è rivelata ben peggiore della contestatissima politica di Prodi che non ha governato bene, ma almeno dal punto di vista economico qualcosa ha fatto.

IL GOVERNO DIVISO NEL PAESE CHE AFFONDA
post pubblicato in diario, il 30 luglio 2010

Ieri c’è stata la rottura ufficiale tra Berlusconi e Fini. Un fatto che non ha sorpreso nessuno, visto che i due fondatori del PdL se le stavano dando di santa ragione già da un po’ di tempo. Ora è cominciata una snervante guerra in Parlamento, con i finiani che si contano per capire quanto possono dare fastidio, con il Governo che (come oggi ha detto lo stesso Fini) dovrà trattare su ogni cosa e con l’opposizione che già sghignazza pensando alle elezioni anticipate o all’ipotesi del governo di transizione.

Gli scenari che ora appaiono più realistici per il prossimo futuro sono 3:

1) il Governo andrà avanti su questa strada;

2) il Governo cadrà e si metterà su un governo di transizione che traghetti il paese alle prossime elezioni;

3) il Governo cadrà e si andrà subito al voto.

Il primo scenario è quello più probabile, infatti Berlusconi non può permettersi di cadere ora, senza che nessuno dei suoi attacchi alla giustizia sia andato a fondo, essendo quindi ancora esposto ai suoi processi. Il premier tenterà prima di far diventare legge il ddl intercettazioni, così da salvare tutti i suoi compari d’affari e per rendersi più semplici gli imbrogli futuri, poi tenterà di far andare a buon fine una delle tante leggi pensate per salvarsi dai processi in corso. A quel punto, il suo Governo potrà anche cadere.

Il secondo scenario è molto apprezzato anche da alcune parti dell’opposizione, in fondo è anche quello migliore per il paese, ma solo se regolato da precise condizioni. Alcuni esponenti del PD hanno dato la benedizione all’ipotesi del governo di transizione, dicendo che è importante non lasciare il paese senza una guida in un momento così delicato. La motivazione avanzata dal PD è assurda, infatti il paese deve avere una guida forte in un momento così difficile, ma tale guida deve essere scelta dal popolo, non dai politici. Inoltre occorre ricordare al PD il “governo tecnico” di Lamberto Dini all’indomani della caduta del primo governo Berlusconi (dopo il famoso strappo con la Lega), che fu addirittura più sciagurato del premier eletto: purtroppo è ovvio che un premier scelto dai politici non potrà mai dare garanzie. La soluzione del governo di transizione può essere la migliore solo a condizione che tale governo si limiti a creare una nuova legge elettorale, evitando così che si voti ancora una volta con il “porcellum” di Calderoli. La legge elettorale attualmente in vigore, infatti, toglie senso alle elezioni perché introduce dei meccanismi perversi che spesso regalano più seggi a chi prende meno voti. Basti ricordare il disastro che questa legge elettorale ha fatto quando fu eletto il secondo governo Prodi che, nonostante avesse preso la maggioranza dei voti, si trovò in minoranza al Senato ed inoltre diede modo all’Udeur (che prese un numero di voti ridicolo) di incidere pesantemente sui giochi del Governo grazie a due seggi alla Camera che divennero decisivi.

Il terzo scenario è quello più affascinante, ma meno adatto alla situazione attuale. Togliersi questo sciagurato premier dalle scatole fa gola a tutti, inoltre questo alle urne si presenterebbe indebolito dalla rottura con Fini, però si andrebbe a votare con una legge elettorale che lo favorisce, inoltre il premier potrà sempre contare sull’assenza di un’alternativa, infatti il PD attuale non è assolutamente in grado di prendere le redini del paese. Il PD di Bersani fino ad ora è stato solo in grado di attaccare le leggi di Berlusconi (in verità, anche in questa attività di pura critica è stato troppo morbido, poco convinto e convincente), al momento non appare in grado di fornire un’alternativa credibile. C’è la candidatura di Vendola, ma questo ha bisogno di tempo per farsi strada nel PD e per inventare un programma serio, se si andasse alle elezioni subito sarà difficile già vederlo candidato premier, figurarsi poi se sarà già in possesso di un programma di governo efficace e strutturato.

Gli scenari sono diversi, la situazione è complicata, intanto il paese continua a scivolare verso il fondo. Mentre Berlusconi e Fini si prendevano a capelli, infatti, il Senato ha approvato la riforma Gelmini che darà il definitivo colpo di grazia all’università, distruggendo il diritto ad un’istruzione pubblica di buon livello; la fase 2 della ricostruzione dell’Abruzzo finisce di nuovo nelle mani della Protezione Civile, nonostante lo schifo che ha fatto in occasione della fase 1; la manovra finanziaria, che distruggerà i diritti dei cittadini privandoli dell’assistenza statale e privando di senso i pagamenti delle tasse, continua il suo iter in Parlamento; la commissione Giustizia della Camera si occupa ancora del “processo breve”, che annullerà un sacco di processi lasciando liberi un sacco di criminali, tra cui il premier. Insomma, mentre i nostri occhi guardano la sit-com “Casa Berlusconi”, i pesci piccoli continuano l’opera di papi smantellando il paese. Va bene guardare ai fatti rilevanti, ma non dobbiamo dimenticare mai che i nostri tg sono condotti dai Minzolini (autore ieri sera di un patetico editoriale in difesa di Berlusconi), Mimun e Vespa che approfittano subito della situazione per farci dimenticare il male che ci stanno facendo.

LA POLITICA DELLA CONFUSIONE
post pubblicato in diario, il 23 luglio 2010

In questo turbinio di scandali politici e finanziari, la politica, sempre ben assistita dai mass media di regime, per difendersi sta facendo la sua ultima mossa: fare casino. Nel tentativo di occultare la P3 e tutto ciò che sta derivando da essa, anche i politici meno “appariscenti” di questa legislatura stanno lanciando allarmi per distogliere l’attenzione dei cittadini. Il caso più eclatante, ed allo stesso tempo più patetico, si è avuto ieri, quando una sentenza della Consulta tanto legittima quanto ovvia è stata duramente condannata dal ministro Carfagna ed altre due deputate mai sentite prima. La Consulta ha semplicemente bocciato il decreto del Governo che rendeva obbligatoria la custodia cautelare in carcere per le persone accusate di stupro, spiegando che tale discriminazione in base al reato è contro la Costituzione dato che, in sostanza, viola il principio della “presunzione di innocenza”. La custodia cautelare è infatti una misura che viene presa nel corso delle indagini, per evitare che vi sia inquinamento delle prove, fuga dell’indagato o reiterazione del reato, e la sancisce il magistrato quando la ritiene opportuna. Sancendo per legge che ogni persona accusata di stupro deve fare la custodia cautelare in carcere, si dispone in pratica la carcerazione di un cittadino prima ancora che ne venga sancita la colpevolezza, solo sulla base di una denuncia, andando così contro i diritti del cittadino stesso. Per rendersi conto del terribile impatto che questo decreto avrebbe avuto, basta applicarlo ad uno dei tanti casi in cui la denuncia di stupro si è scoperta essere falsa. Con il decreto del Governo in vigore, l’accusato avrebbe passato diversi mesi in carcere, prima che la polizia scoprisse che la donna non aveva nemmeno subito stupro. Per tali ragioni, non è esagerato dire che la sentenza della Consulta è sacrosanta ed ovvia, ma la ministra Carfagna, che mai ha speso una parola contro le leggi e le azioni omofobe che abbondano nel nostro paese, che mai ha preso posizioni contro la Chiesa riguardo lo scandalo dei preti pedofili, che mai parla contro il razzismo, ha condannato la Consulta e la sua sentenza, parlando di uno sgarbo fatto alle donne stuprate e di sentenza “giustificazionista”. Se al ministro stanno davvero a cuore le vittime di stupro, proponga l’ergastolo per gli stupratori, così eviterà che un maniaco sessuale dopo 5-7 anni possa di nuovo gironzolare liberamente per strada, ma ricordi che non ha senso sparare pene nel vuoto, finendo per condannare più gli innocenti che i colpevoli.

Berlusconi, nel suo tentativo di distogliere l’attenzione dalla P3, ha ricevuto anche tre aiuti insperati. Il primo gli è arrivato dal presidente della Provincia di Milano, tale Podestà, che gli ha conferito un premio sulla cornice suggestiva del Duomo, definendolo uno “statista di rara capacità”. Un’opinione decisamente controcorrente, se pensiamo che arriva in un momento in cui la popolarità del premier è ai minimi, ma che si giustifica facilmente conoscendo un po’ la storia di Podestà, ex amministratore delegato della Edilnord (azienda edile il cui presidente era un certo Silvio Berlusconi), quindi le parole dell’ex presidente della Provincia, Filippo Penati, sembrano ben motivate: “sembra il riconoscimento di un dipendente al proprio capo”. Confesso che ha fatto una pena enorme vedere premiato un personaggio vicinissimo a Cosa Nostra (ricordiamo Dell’Utri condannato per associazione mafiosa; ricordiamo che aveva il pluriomicida Mangano come stalliere) nel giorno dell’anniversario della strage di via D’Amelio, dove persero la vita il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta: è stata l’ennesima dimostrazione che la mafia occupa il potere e per questo è forte, quindi quella battaglia l’ha vinta (poi si scandalizzano quando vengono vandalizzate le statue di Falcone e Borsellino, i politici stessi hanno più volte proclamato il mafioso Mangano un eroe, trasformando quindi i giudici antimafia in antieroi, giustificando ed alimentando quindi quegli atti vandalici). Il secondo grande aiuto il premier lo ha ricevuto da don Luigi Verzè, che in occasione della laurea di Barbara Berlusconi, le ha offerto una cattedra. Tale iniziativa ha suscitato l’indignazione di professori e studenti, ma il premier non ha fatto alcuna obiezione, nonostante si sia sempre proposto come il paladino della “meritocrazia”. La neo dottoressa Berlusconi non ha mostrato capacità particolari, ha conseguito una semplice laurea triennale impiegando molto più di tre anni, non ha fatto pubblicazioni né alcun altra azione degna di merito nel campo della giurisprudenza, dell’economia o di qualsiasi altro campo. La neo laureata, insomma, è una come tantissimi milioni di studenti, ma il suo cognome basta perché le vanga offerta una cattedra, in barba a tanti universitari che fanno nel culo per anni, spesso finendo disoccupati o assunti a progetto solo perché non sono parenti del premier. Il terzo aiuto Berlusconi lo ha ricevuto da Marchionne, l’amministratore delegato della Fiat, che ha rilasciato una dichiarazione che ci ricorda, una volta in più, che dal punto di vista dei diritti dei lavoratori siamo tornati agli anni ’50. Marchionne ha detto che la Fiat produrrà la propria utilitaria in Serbia, l’avrebbe voluta produrre a Mirafiori ma non può perché i sindacati italiani sono poco seri. Chissà se a spingere Marchionne in Serbia sia stata davvero la scarsa serietà dei nostri sindacati oppure è stato attratto dallo stipendio medio degli operai che lì è di circa 300 € al mese. In parte comunque Marchionne ha ragione, i sindacati italiani sono poco seri, infatti dei veri sindacati non avrebbero mai fatto passare il vergognoso accordo di Pomigliano, che è stata la Caporetto dei lavoratori dipendenti di tutta Italia, e non accetterebbero l’esistenza della “legge Biagi”, che si chiama così ma è stata firmata da un certo Roberto Maroni, membro di quella Lega Nord che oggi si candida a nuova protettrice dei lavoratori.

Il governo più corrotto degli ultimi 150 anni sta vivendo un momento di forte crisi, sia a causa di questa P3 che si sta’ rivelando un bel cumulo di merda, sia a causa delle nuove verità che a breve sembra emergeranno sulla morte di Paolo Borsellino. Fini non aiuta, ma Berlusconi potrà contare sui vari Minzolini, Fede, Belpietro, Feltri, che daranno fiato alle trombe per portare avanti quella che il premier ha chiamato “Operazione Memoria”, cioè faranno ricordare agli italiani tutte le cose buone che questo governo ha portato avanti, incuranti del dettaglio che tali cose sono solo fantasie.

IL “PARTITO DELL’AMORE” CONTRO CHI ALZA IL TAPPETO
post pubblicato in diario, il 19 aprile 2010

Gli italiani che ancora associano alla politica del proprio paese dei criteri di valutazione normali, sono certamente rimasti sconvolti dall’atteggiamento che Berlusconi, o suoi alleati, hanno avuto nei confronti dei volontari di Emergency, e probabilmente non hanno creduto alle loro orecchie quando hanno sentito dire al premier che Saviano e chi come lui ci informa sulla mafia e sulle sue dinamiche fanno pubblicità e servono alla mafia. Il problema è che per l’Italia non bisogna applicare le normali regole della politica, basti pensare che nel nostro paese chi cambia la legge per i propri porci comodi viene addirittura giustificato dai cittadini, sulla base di riflessioni nate perlopiù dall’accoppiamento di ignoranza ed amore per le scelte facili.

Tre operatori dell’organizzazione umanitaria Emergency, che dovrebbe essere un orgoglio per noi italiani, visto che porta supporto ai feriti nelle zone di guerra, sono stati arrestati e detenuti per circa dieci giorni sulla base di accuse campate in aria. La diplomazia italiana si è mossa con la solita lentezza, ma ciò non ha nulla di straordinario, ma subito alti esponenti del Governo, tra cui citiamo Gasparri e La Russa, hanno addirittura preso a priori per buona la tesi dell’accusa, parlando di comportamenti poco chiari da parte di Emergency. La vicenda per fortuna si è conclusa nel migliore dei modi, è però inaccettabile che esponenti del Governo abbiano dato per scontata la colpevolezza dei tre arrestati anche quando è stato sin da subito palese che si trattava solo dell’ennesimo attacco all’organizzazione di Gino Strada: con un comportamento del genere, il governo italiano (o almeno alcuni dei suoi esponenti) hanno legittimato un’azione assurda del governo afgano.

L’altro caso eclatante di questi giorni è stato quello delle parole di Berlusconi, che ha detto che la nostra mafia non è poi tanto importante come la dipingono e che essa goda della “pubblicità” che le hanno fatto fiction come “La Piovra” o libri come “Gomorra” di Roberto Saviano. Quando si commentano tali parole, bisogna innanzitutto ricordare che a causa del suo libro sulla camorra, Roberto Saviano è costretto a vivere sotto scorta e sotto costante minaccia. Saviano è un eroe, perché ha avuto il coraggio di denunciare quello di cui nessuno parla, ed in tutto il mondo è trattato da eroe, invece un politico italiano lo definisce uno che aiuta la mafia. Ancora più gravi diventano le parole di Berlusconi se ricordiamo che lui propone da tempo ormai la sua squadra di governo come la più attiva nella lotta contro la mafia.

Come detto all’inizio, i due eventi citati sopra sconvolgerebbero chiunque applicasse alla nostra politica i normali principi della politica stessa, ma noi siamo in Italia, il paese dove chi chiede una legge uguale per tutti è un sovversivo. Tutto è molto più semplice se si riesce a dare una definizione a questo Governo, io già ne ho trovata in passato una che calza a pennello all’attuale esecutivo berlusconiano, cioè l’ho definito “il Governo della polvere sotto il tappeto”, dato che finge di risolvere i problemi, invece li nasconde. Per avvalorare la mia definizione, vi ricordo che uno dei cavalli di battaglia di Berlusconi alle regionali è stata la risoluzione della crisi dei rifiuti, eppure nel napoletano i rifiuti sono ancora a terra e per le strade e quelli che sono stati rimossi sono in qualche cava o in qualche discarica costruita senza rispettare le più elementari norme igienico-sanitarie; ricordiamo poi che il Governo si vanta di aver risolto i problemi post-terremoto in Abruzzo, mentre gli aquilani puliscono da sé il centro storico con le carriole e molti vivono ancora negli alberghi (ricordiamo poi che molte delle case date loro sono costruite dalla Croce Rossa, non dal Governo); anche con la mafia Berlusconi rispetta l’identità del suo partito, infatti basta non parlarne, far venire fuori solo le notizie degli arresti ed il gioco è fatto, anche se gli arresti li fanno le forze dell’ordine e la magistratura, notevolmente indebolite dal Governo stesso (potremmo quasi dire che il Governo è il miglior alleato della mafia!). Per un partito che non risolve le crisi, ma le nasconde, sono scomodi quei personaggi che alzano il tappeto mostrando la polvere che vi è stata nascosta sotto invece di essere rimossa. Ecco quindi l’astio del centrodestra nei confronti di Emergency e di Saviano: i primi hanno osato mostrare che in Afghanistan ed in Iraq c’erano delle sanguinose guerre, non delle missioni di pace; il secondo ha mostrato che la camorra esiste ed è più forte che mai, dato che ormai in molti territori spadroneggia. Questa coalizione di governo vive grazie alla disinformazione dei cittadini, quindi ciò che teme di più è il danno di immagine che deriverebbe dalla scoperta che, in tanti anni, non ha risolto un bel niente. Bisogna dire che la camorra riconosce i vantaggi derivanti dalla politica berlusconiana del silenzio, infatti a Casal di Principe il PDL stravince (Caldoro lì ha preso il 70%) ed il PD non si presenta nemmeno alle elezioni. Le organizzazioni criminali, e tutta la criminalità in genere, si giovano del silenzio, non della “pubblicità”, quindi il loro migliore alleato è Berlusconi, non Saviano.

SEPARATI IN CASA
post pubblicato in diario, il 15 aprile 2010

Il successo del centrodestra alle elezioni regionali ha fatto sparire i problemi per la coalizione di governo dalla tv, ma non dalla vita reale. La Lega ormai ha il controllo del governo, basti ricordare che ad illustrare il piano di riforme a Napolitano non è andato nessuno tra Berlusconi, Bonaiuti o Bocchino, ma al Colle è salito il leghista Roberto Calderoli. Questo definitivo asservimento del PDL alla Lega era ovvio che desse fastidio a qualcuno, ora costui si è manifestato nella persona di Gianfranco Fini, attuale presidente della Camera dei Deputati. Oggi c’è stato un pranzo tra il premier e Fini, si sa soltanto che il primo ha lanciato al secondo un ultimatum: qualora dovesse decidere di costituire i suoi gruppi, dovrebbe necessariamente lasciare la carica che ricopre. Fini ha risposto che entro una settimana comunicherà la sua decisione al premier ed ora si è trincerato dietro un nervoso silenzio.

A questo punto la spaccatura, che già in passato è apparsa evidente, appare inevitabile. A Fini non andavano giù le politiche folli del premier, sorpreso dalla violenza con cui egli ha attaccato magistratura e Costituzione ed impossibilitato a non pronunciarsi contro, visto il ruolo istituzionale che ricopre; la crescita della Lega e l’asservimento del governo al Carroccio sono state le due gocce che hanno fatto traboccare il vaso, anche perché il vertice di AN per fedeltà a Berlusconi ha fatto sparire il proprio partito facendolo confluire nel PDL, attirandosi non poche critiche da parte dell’elettorato di estrema destra. Berlusconi farebbe male a sottovalutare questa situazione, perché Fini, qualora la spaccatura dovesse divenire definitiva ed ufficiale, potrebbe anche decidere di scendere nuovamente in campo da solo, portando via al PDL uomini e soprattutto voti. La situazione, vista così, potrebbe apparire poco grave, ma non bisogna dimenticare che una doppia manovra simile ha preceduto la disfatta del centrosinistra, infatti il calo costante ed inesorabile del centrosinistra (ad eccezione delle due vittorie di Prodi, in cui vinse più l’uomo che il partito) iniziò quando Rutelli spaccò il PDS formando la Margherita. La situazione non è identica, però i toni lasciano intuire che il rischio è concreto.

Berlusconi ha completamente perso il controllo della sua maggioranza. Lui non vuole cadere, perché non ha ancora risolto completamente i suoi guai con la giustizia, però Fini lo mette in una situazione molto difficile ed il pugno di ferro usato gli si potrebbe ritorcere contro. Qualora Fini dovesse decidere di dare le dimissioni, difficilmente farà comunque cadere il Governo, perché andando alle elezioni subito lui potrebbe candidarsi solo tornando all’ovile, facendo una brutta figura. Gli scenari più probabili sono due:

1) Fini rinuncerà per ora alla creazione dei gruppi e si terrà il posto che occupa;

2) Fini rassegnerà la dimissioni da presidente della Camera dei Deputati e fonderà i suoi gruppi, non farà cadere il governo, ma lavorerà per recuperare credibilità ed elettori, così si candiderà fra tre anni con buone possibilità di fare bene, raccattando i voti della dispersa estrema destra.

Qualunque sia lo scenario, comunque, Berlusconi deve prendere atto di avere un alleato in meno e deve ammettere che il potere attuale della Lega nuoce più a lui che ai suoi avversari.

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permalink | inviato da zinonno il 15/4/2010 alle 19:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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